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presentano
a
cura di
Giovanna Altieri, Mimmo Carrieri
e Agostino Megale
Premessa Il
lavoro che cambia è al centro di molte recenti ricerche sociologiche,
eppure le immagini che ven-gono associate ai cambiamenti dei lavori
appaiono spesso semplificate e in effetti colgono solo par-zialmente una
realtà molto composita. L’indagine “L’Italia del lavoro” diretta
e coordinata dall’IRES con il contributo della rete degli IRES regionali
e delle strutture sindacali delle diverse realtà regionali italiane, e
realizzata in concomitanza del centenario della CGIL, ha cercato di far
emergere tutte le sfaccettature delle condizioni di lavoro e delle
aspettative dei lavoratori dipendenti e atipici italiani, andando oltre la
superficie e le sintesi tanto facili quanto approssimative. Nelle
pagine seguenti viene riportata una sintesi dei primi risultati
dell’indagine, che ha riguardato un campione di
6.015 lavoratori dipendenti e lavoratori con contratti di lavoro
atipico (collaboratori a progetto, occasionali, in somministrazione), ai
quali è stato somministrato face to face un questio-nario strutturato,
con una parziale integrazione di 1.200 interviste telefoniche realizzate
attraverso la metodologia CATI dall’SWG-Trieste. Il campione è stato
stratificato secondo le ripartizioni territo-riali e l’attività
economica prevalente. Il disegno campionario, inoltre, è stato costruito
in modo da garantire una rappresentatività non solo a livello di macro
ripartizioni ma, in alcuni casi, anche a li-vello regionale.
Nell’identificazione e selezione dei lavoratori da intervistare sono
state prese in considerazione anche caratteristiche socio-anagrafiche
quali il genere e l’età. La
rigorosa metodologia seguita ha consentito di realizzare risultati
ampiamente rappresentativi del-la realtà del mondo del lavoro italiano e
dei nodi critici che scaturiscono dai cambiamenti in atto, nonché di far
emergere le domande di rappresentanza che derivano dalle esigenze,
“vecchie” e “nuove”, espresse direttamente dai lavoratori. Il
campione: le caratteristiche Vediamo
in primo luogo alcune caratteristiche strutturali del campione di
lavoratori intervistato. La distribuzione per genere si compone per il 61%
di uomini e per il 39% di donne, sebbene nel settore della P.A. le donne
rappresentino ben il 52,2% degli intervistati. L’articolazione per età
segue quel-la tipica dell’occupazione
dipendente italiana, che vede una quota maggiore di lavoratori collocarsi
nelle classi di età centrali. La ripartizione dei lavoratori per
area territoriale individua una concen-trazione maggiore dei lavoratori
nel Nord-Ovest (30,1%); una buona parte si distribuisce piuttosto
equamente tra Nord-Est (22,2%) e Centro (20,2%) e ben
il 27,4% si colloca
nel Sud e Isole. La
distribuzione del campione per settore economico di attività si
caratterizza per una maggiore concentrazione dei lavoratori
nell’Industria (33,5% degli occupati), ben il 25,9% è attivo nel
settore della PA, il 17,7% si distribuisce nel comparto degli Altri
servizi privati, il 12,6% nel Commercio, il resto risulta occupato in
Agricoltura (5,5%), nel settore delle Costruzioni (3,0%) e nel comparto
Gas, acqua ed elettricità (1,8%). I lavoratori, inoltre, si concentrano
prevalentemente in aziende me-dio-grandi: il 30,1% in aziende da 50-250
addetti, il 31,8% in aziende con più di 250 addetti, invece il 20,7% è
occupato in piccole aziende con non più di 15 addetti ed il 17,4% in
imprese che presen-tano dai 15 ai 50 addetti.
La
distribuzione degli occupati per gruppo professionale vede una maggiore
concentrazione tra gli operai (38,9% del totale del campione), con un
addensamento nel settore privato, dove raggiungono la quota del 49,6%
rispetto all’8,3% di operai che lavora nella PA; gli impiegati sono il
33,5%, rela-tivamente più
presenti, al contrario nel settore pubblico, dove sono il 43% contro il
30,2% del set-tore privato. I Tecnici costituiscono il 9,2% del campione
(di cui l’8,3% è attivo nel privato e l’11,6% nella PA). Gli
insegnanti rappresentano il 7,6% degli intervistati, come prevedibile la
mag-gior parte lavora nella PA (27,3% contro lo 0,7% del settore privato).
Il 7,0% degli occupati è atti-vo nel comparto del Commercio,
Trasporti, Spettacolo e Turismo. I dirigenti costituiscono la com-ponente
minoritaria del campione, l’1,4%, e la maggior parte di essi lavora
nella PA. L’indagine coglie anche le diverse facce del lavoro, giacché
i lavoratori sono stati distinti anche in base al rapporto di lavoro: il
74% ha un rapporto di lavoro standard, mentre il restante 26% è occu-pato
con formule contrattuali non standard. I lavoratori con rapporto di lavoro
non standard sono nel 12,1% dei casi dei lavoratori a tempo determinato o
stagionale, nel 5,2% si tratta di lavoratori Co.co.co, Co.co.pro e con
Partita Iva, il 2% è costituito da interinali e contratti di
somministrazione, circa l’1,8% sono lavoratori senza contratto ed il
restante 4,3% si suddivide tra apprendisti (1,9%), CFL e inserimento
(0,6%), collaboratori occasionali (0,6%), socio-lavortaori di cooperativa
(1%) e lavoratori a domicilio (0,2%). Questa
macro-aggregazione dei lavoratori per rapporto di lavoro è una importante
chiave di lettura per approfondire le differenze relative ai diversi
gruppi di lavoratori. I
rapporti di lavoro
Un
primo dato da segnalare è la minore percentuale di donne con rapporto di
lavoro standard rispet-to agli uomini, al contrario tra le lavoratrici
donne sono relativamente più diffusi rapporti di lavoro atipici (il 29,1%
contro il 23,3% degli uomini). La tendenza ad avere un rapporto di lavoro
non standard è inversamente correlata con l’età, infatti,
all’aumentare dell’età dei lavoratori aumenta la percentuale di
coloro che hanno un rapporto di lavoro standard; al contrario, sono
soprattutto i lavo-ratori più giovani ad avere un rapporto di lavoro non
standard. Nonostante l’incidenza maggiore di rapporti di lavoro non
standard si registri nel settore privato (28, 2%), circa il 18% dei
lavoratori impegnati nel settore pubblico ha un contratto di lavoro di
carattere atipico. Un
dato importante riguarda la maggior presenza di lavoratori con contratto
non standard nel Sud e Isole, cui corrisponde una maggiore incidenza di
lavoratori con rapporto di lavoro stan¬dard nelle al-tre aree del paese,
in particolare nel Nord-Ovest. Rispetto ai vari gruppi professionali, va
rilevato che i rapporti di lavoro non standard si concentrano tra gli
operai e gli occupati nel commercio (ri-spettivamente 26,7% e 48,2%). E'
inoltre estremamente significativo che fra gli specialisti ad eleva-ta
professionalità vi sia un picco pari al 60,1% di rapporti di lavoro non
standard, rispetto a un valo-re medio del 25,1% di tutto il campione. Ciò
dimostra come la diffusione di formule contrattuali a-tipiche sia un
fenomeno concentrato in massa in alcuni settori, professioni e gruppi
sociali, sebbene riguardi tutto il mondo del lavoro. I
percorsi di lavoro E’
soprattutto per le nuove generazioni di lavoratori che sembra ormai
tramontata la “carriera uni-ca”. Paradossalmente, infatti, è proprio
tra i più giovani che si registra una maggiore mobilità (o in-stabilità?)
tra un’occupazione e l’altra: il 24% dei lavoratori di età compresa
tra i 25-34 anni ha cambiato da tre a cinque lavori prima di quello
attuale (nel campione questa quota è più bassa: 20,7%), e addirittura il
9,9% ha cambiato più di cinque lavori. Anche tra coloro che hanno dai 35
ai 44 anni una quota rilevante ha cambiato da tre a cinque lavori prima di
quello attuale (22,4%), o almeno due (23,3%). I più “anziani”,
invece, si contraddistinguono per una maggiore staticità lavo-rativa (o
stabilità?). Tra coloro che hanno dai 55 ai 64 anni si registra una
maggior presenza di chi non ha svolto alcun lavoro prima di quello attuale
o al massimo ne ha cambiato soltanto uno. Una
polarizzazione si registra anche con riferimento ai differenti gruppi
professionali: infatti, le ca-tegorie impiegatizie e dirigenziali non
hanno cambiato più di un lavoro prima di quello attuale. I la-voratori ad
elevata professionalità hanno invece cambiato almeno due lavori prima di
approdare a quello attuale, dato significativo se si pensa che fra loro si
concentrano in massima parte lavoratori tra i 25 e i 34 anni con titoli di
studio molto elevati e che, quindi, sono entrati nel mercato del lavoro più
tardi rispetto ad altre categorie. Rispetto
agli altri gruppi professionali, sono soprattutto i tecnici e gli
insegnanti che non hanno svolto alcun lavoro prima di giungere alla
collocazione lavorativa attuale. Operai e occupati nel commercio sono
invece tra coloro i quali hanno cambiato il maggior numero di lavori prima
di quello attuale. E' questo un sintomo di maggiore instabilità
lavorativa, più che di maggiore mobilità professionale, visto che in
questi gruppi si concentrano i lavoratori più giovani e che si
caratterizza-no in prevalenza per un rapporto di lavoro non standard. Va,
in ogni caso evidenziato che non necessariamente un’alta mobilità è
sintomo di precarietà lavo-rativa. Non è un caso, infatti, che una
maggiore mobilità – in termini di numero di lavori svolti – sia
prevalente nelle aree più dinamiche del Paese, mentre si registra una
maggiore staticità dei percorsi lavorativi nelle aree del Mezzogiorno.
Semmai, è proprio nel Mezzogiorno che c'è la maggior quota di lavoratori
che svolgono più di un lavoro. Mentre in tutta Italia, la pratica del
“secondo lavoro” sembrerebbe poco diffusa (soltanto il 2,4% dei
lavoratori svolge continuativamente un’altra attività rispetto a quella
principale), nel Mezzogiorno un buon 15 % lo fa spesso o saltuariamente.
Tra i la-voratori intervistati il secondo lavoro sembrerebbe configurarsi,
in ogni caso, come una risposta alla insicurezza della propria condizione
lavorativa, infatti, tra quest’ultimi sono decisamente prevalenti i
lavoratori non standard ed è significativo il fatto che i “doppio
lavoratori” guadagnino in media meno degli altri. Le
competenze L’istruzione
è senz’altro un’altra variabile chiave per leggere la
differenziazione dei percorsi e delle condizioni di lavoro tra i
lavoratori italiani. Quanto viene valorizzato il capitale umano nello
svol-gimento del proprio lavoro? A partire proprio da quello accumulato
nel percorso scolastico l’evidenza empirica mostra una relativa scarsa
coerenza dei percorsi: solo nel 25,6% dei casi la formazione scolastica
conseguita è ritenuta molto utile nello svolgimento del proprio lavoro,
mentre per circa il 44% dei lavoratori, la formazione scolastica non è
importante, sia perché si svolge un lavoro dequalificato, che non
richiede alcuna competenza specifica, sia perché si svolge un lavoro non
coerente con il tipo di formazione conseguita. Una
maggiore rispondenza tra studi compiuti e tipo di attività lavorativa
svolta si rileva, in ogni ca-so, fra quanti hanno conseguito livelli di
istruzione più elevati (laurea, specializzazione post-laurea, dottorato).
Al contrario, coloro i quali hanno portato a termine un corso professionale, in massima
parte, svolgono un tipo di lavoro che non è coerente con il percorso di
studi seguito, mentre i di-plomati sembrano aver seguito un percorso
lavorativo più orientato dalla propria formazione. Una maggiore attinenza
tra esperienze formative pregresse e tipo di lavoro svolto si riscontra
per coloro i quali lavorano in ambito pubblico, che nel 46,7% dei casi
definiscono la propria formazione scola-stica molto utile nello
svolgimento del proprio lavoro. La
mancata rispondenza tra iter formativo e lavorativo è senz’altro un
problema per il sistema Paese in termini di spreco di risorse, e viene
pienamente avvertito dai lavoratori, tanto che i livelli di
sod-disfazione, in termini di gradimento del proprio lavoro, sono
fortemente correlati alla
coerenza dei percorsi. Così pure i lavoratori appaiono consapevoli
nell’80% dei casi dell’importanza di sviluppa-re il proprio curriculum
formativo, esigenza che non sempre è possibile soddisfare o perché non
si trova adeguato riscontro nel contesto lavorativo, così che il 33%
circa deve “arrangiarsi da soli” o perché non ci sono le condizioni
per implementare attività formative. Tra
i lavoratori le esigenze di formazione e di sviluppo della professionalità
sono avvertite in ma-niera differente a seconda del livello di istruzione
raggiunto. Più cresce il livello di istruzione e qua-lificazione, più
cresce la quota di lavoratori che riconoscono la necessità di sviluppare
il proprio profilo professionale e al tempo stesso
sono appoggiati dall’azienda, che offre loro possibilità di
formazione. Tra i meno istruiti, al contrario, più scende il livello di
qualificazione più aumenta la quota percentuale di coloro i quali non
avvertono alcuna esigenza di crescita professionale, conte-stualmente ad
uno scarso investimento in formazione offerto loro dalle aziende . In
sostanza, pro-prio coloro i quali avrebbero maggiori necessità di
accrescere il proprio profilo professionale
sono quelli meno supportati dalle aziende e, al tempo stesso, ne
sentono meno il bisogno. Nel
sistema Italia va, comunque, considerato che ben il 37% dei lavoratori
svolge un lavoro di bas-so profilo, che non richiede particolari
competenze professionali. Solo una minoranza, il 22%, vede riconosciute le
proprie competenze professionali, mentre la percentuale più elevata
non vede rico-nosciuta la propria professionalità ( il 39%). Tale
percentuale è del 74% circa tra gli insegnanti, del 58,5% tra gli
specialisti ad elevata professionalità e del 53% tra i tecnici, cioè tra
i gruppi professio-nali che più contribuiscono alla produttività e alla
crescita qualitativa del sistema Paese. Da segnala-re anche che nel
settore industriale ben il 46,1% dei lavoratori svolge un lavoro di basso
profilo pro-fessionale, che certo non rappresenta un buon indicatore per
affrontare in modo positivo la competi-zione globale. Inoltre, va rilevato
che, se nel settore privato si
concentrano coloro i quali svolgono dei lavori che non richiedono elevate
competenze professionali, è nel settore pubblico che preval-gono i
lavoratori che trovano inadeguati riconoscimenti sul piano professionale. Gli
orari Durata
del lavoro e le modalità con cui viene prestato vengono spesso segnalate
come di fondamen-tale importanza per il funzionamento delle imprese, ma
anche per l’organizzazione della vita delle persone. Dunque il tema
dell’orario di lavoro ha implicazioni sia di carattere economico –
legame con la produttività del sistema - sia sociale – capacità per
gli individui di poter vivere
in modo e-quilibrato il rapporto lavoro-vita privata. Negli
ultimi tempi si è sottolineato il minor impegno in termini lavorativi
degli italiani rispetto ad altri paesi europei. L’indagine mostra
tuttavia che oltre il 60% dei lavoratori dipendenti italiani la-vora di
fatto oltre le 40 ore e ben il 22% di questi ultimi lavora anche oltre le
45 ore settimanali. Ancora, ben il 73% dei lavoratori italiani impegnati
nel settore privato dell’economia lavora in me-dia dalle 40 ore in su.
Nel settore pubblico la maggioranza dei lavoratori (55%) effettua
un orario lavorativo compreso tra le 24 e le 36 ore. Considerando
l’orario di lavoro settimanale per gruppo professionale, rileviamo che
le categorie che effettuano minori ore di lavoro settimanali (18-24 ore)
sono gli occupati nel commercio (23,6%) e gli insegnanti (45,9%), che
hanno in genere orari più corti e/o più regolari. Nella fascia oraria di
la-voro settimanale (dalle 24 alle 36 ore) troviamo in prevalenza
impiegati e tecnici. Invece, gli operai, più di tutti gli altri,
effettuano un orario di lavoro settimanale compreso tra le 36 e le 40 ore.
Nella fascia lavorativa settimanale più alta troviamo soprattutto
dirigenti e specialisti ad elevata profes-sionalità che rispettivamente
nel 54% dei casi e nel 35% lavorano ben oltre le 40 ore. Va
inoltre evidenziato che nelle fasce di orario molto basse sono
relativamente più presenti i lavora-tori non standard rispetto a quelli
standard. Questo risultato è in parte dovuto al fatto che in questa
condizione di lavoro sono prevalenti le fasce lavorative giovanili che
sperimentano spesso, nelle fa-si iniziali della loro carriera lavorativa,
spezzoni di lavoro a tempo ridotto, ma anche dalla loro dif-ficoltà per
questi ultimi di trovare lavori che impegnano pienamente la propria
capacità lavorativa anche dal punto di vista quantitativo. Una buona
quota di questi sono anche donne che, in generale si collocano nelle fasce
orarie relativamente più basse. In
generale, tra gli intervistati, il 14,2% è occupato part-time. Sono in
prevalenza donne: il 24,9% contro il 7,3% degli uomini. Il ricorso al
lavoro part-time interessa le fasce giovanili sia femminili che maschili,
evidenziando le fasi di ingresso in cui si tende a lavorare o si trovano
maggiormente lavori a tempo ridotto. Col crescere delle età i
comportamenti maschili e femminili tendono a diffe-renziarsi: mentre per
gli uomini la scelta quasi esclusiva è il tempo pieno, tra le donne,
viceversa, in circa il 30% dei casi - in coincidenza delle età centrali,
quelle coincidenti con gli impegni di caratte-re riproduttivo – si opta
per un part-time. Ciò si verifica soprattutto se si lavora in ambito
privato e se si ha più di un figlio.
Tra le lavoratrici della P.A. viceversa il part-time sembra meno diffuso,
anche perché in generale gli orari di lavoro in questo settore sono
relativamente più ridotti. La
scelta del part-time diventa spesso necessaria a fronte di una persistente
rigidità nella divisione di genere delle responsabilità familiari, rese
ancora più onerose dalle trasformazioni demografiche che comportano una
crescita del lavoro di cura nei confronti di una popolazione sempre più
anziana e di un insufficiente intervento pubblico nel settore dei servizi
alle persone, così che in maggioranza le donne italiane appaiono sole e
costrette ad una pratica di faticosa conciliazione, con il sostegno
decisivo della disponibilità dei nonni e del lavoro a basso costo
nel mercato del lavoro informale delle immigrate. Ma anche nei luoghi di
lavoro le donne non sembrano particolarmente aiutate:
per loro, più che per gli uomini, la flessibilità dell’orario
di lavoro viene decisa in modo univoco dal da-tore di lavoro (36,5% contro
il 33%). Tra gli uomini, invece, la flessibilità dell’orario lavorativo
è maggiormente legata alla contrattazione collettiva (28% negli uomini
vs. 24,9% tra le donne), oppu-re è decisa in maniera autonoma (13,4%
degli uomini contro l’11,3% delle donne). Le difficoltà di
conciliazione appaiono ancora maggiori se si è occupate con un contratto
di lavoro non standard. Per i lavoratori atipici, infatti, nel 45,3% dei
casi è il datore di lavoro a disporre le condizioni e mo-dalità orarie
che il lavoratore deve
accettare. In
ogni caso, gli operai e quanti lavorano nell’ambito del commercio, dei
trasporti e del turismo so-no le categorie con minor autonomia decisionale
in quanto a flessibilità dell’orario di lavoro. La contrattazione
collettiva, come prevedibile, interessa in prevalenza le categorie più
presenti nella PA, insegnanti, dirigenti, tecnici e impiegati. Tra gli
impiegati vi è anche una quota significativa (28%) che contratta
individualmente con il datore di lavoro. Tra i dirigenti si registra la
percentuale più significativa di chi sceglie individualmente l’orario
di lavoro. Gli specialisti ad elevata profes-sionalità si distribuiscono
maggiormente tra quanti contrattano insieme al datore di lavoro la propria
flessibilità lavorativa e tra quanti scelgono individualmente il proprio
orario di lavoro. Ma,
quali sono le preferenze espresse dai lavoratori in termini di orari di
lavoro? Un buon 28,5% vorrebbe flessibilità nell’orario di entrata e di
uscita, il 25,3% vorrebbe mantenere i giorni invariati riducendo
l’orario di lavoro (part-time orizzontale), il 18,2% vorrebbe ridurre i
giorni mantenendo invariate le ore giornaliere (part-time verticale), il
16,7% vorrebbe avere la possibilità di recuperi compensativi scelti
singolarmente. La disponibilità al lavoro da casa sembra riguardare una
compo-nente minoritaria di lavoratori (8,7%), oltretutto minore da parte
delle lavoratrici, il che smentisce molti luoghi comuni su presupposte
preferenze delle donne al telelavoro. Così pure, soltanto il 2,6% dei
lavoratori del campione preferirebbe ridurre l’orario di lavoro
settimanale con la disponibilità a lavorare nei giorni festivi e negli
orari notturni. In sostanza la sincronia sociale sembra un valore
fortemente radicato tra i lavoratori italiani. Rispetto
agli uomini, le donne tendono comunque a preferire di più, le due forme
di orario part-time (verticale ed orizzontale); gli uomini, invece,
preferiscono più delle donne avere flessibilità in entra-ta e in uscita,
lavorare da casa ed effettuare meno ore settimanali di lavoro, essendo in
parte più di-sposti a lavorare nei giorni festivi e di notte. Un
dato rilevante da segnalare è, viceversa, una pressoché totale uniformità
di giudizi espressi da uomini e donne in merito agli straordinari:
soltanto il 17% - sia degli uomini che delle donne - è contro il lavoro
straordinario e “preferirebbe che non ci fosse”, mentre il 54,5% degli
uomini e il 48% delle donne desidererebbe che fosse meglio retribuito.
Questi orientamenti derivano, proba-bilmente, dalle difficoltà economiche
registrate dalle famiglie a seguito anche della inadeguatezza dei salari,
come vedremo. In
ogni caso, emerge che le preferenze dei lavoratori sono molto articolate,
e ciò induce a riflettere sul fatto che la materia degli orari non può
essere trattata in modo
semplificato e proponendo solu-zioni univoche, ma piuttosto, in base alle
diverse situazioni lavorative e sociali, vanno contrattate modalità
differenziate. I
salari e le condizioni materiali Un
approfondimento particolare va dedicato alla materia salariale. In primo
luogo, va sottolineato che la maggior parte dei lavoratori intervistati
(49%) ha un guadagno netto mensile compreso tra i 1.000 e i 1.500 euro; la
quota maggiore (33,5%), comunque, si colloca nella fascia compresa tra i
1.000 e i 1.300 euro. Più di un terzo (il 35%) guadagna meno di 1.000
euro al mese, mentre soltanto una
ristretta minoranza (il 16%) percepisce un guadagno netto superiore
ai 1.500 euro. Le
donne guadagnano tendenzialemnte meno degli uomini, concentrandosi
prevalentemente nelle fasce di guadagno netto inferiori: con meno di 1.000
euro troviamo il 48,9% delle donne contro il 26,8% degli uomini. Gli
uomini superano nettamente le donne nelle classi di guadagno netto
mensi-le più elevato (oltre i 1.500 euro), dove si colloca il 20,3% degli
uomini contro l’8,5% delle donne. Come
prevedibile, il guadagno netto mensile tende ad aumentare con l'aumento
delle ore lavorate, infatti, fra quelli che hanno un salario mensile
inferiore agli 800 euro prevalgono coloro che lavora-no con orari ridotti
(18-24 ore), mentre fra quelli che guadagnano dai 1.000 ai 1.500 euro
prevalgo-no quelli che lavorano dalle 24 alle 36 ore. Infine, chi lavora
prevalentemente fino ed oltre le 45 ore a settimana guadagna di più
(oltre 1.500 euro). Sicuramente le donne tendono ad avere un monte ore
lavorate inferiore rispetto agli uomini e ciò potrebbe essere un fattore
interveniente in grado di spiegare, anche se solo in parte, la tendenza
che caratterizza le donne a guadagnare meno dei colle-ghi uomini.
Ciononostante, è possibile evidenziare che, pur a parità di orario di
lavoro svolto, per-mane un significativo differenziale tra i salari
maschili e femminili: tra coloro i quali lavorano da un minimo di 18 ore
ad un massimo di 24 ore tra gli uomini è il 53% a guadagnare meno di 1000
euro rispetto a ben il 71,6% delle donne, così come tra quanti lavorano
secondo orari molto lunghi (oltre le 40 ore) tra gli uomini il 31%
raggiunge un salario superiore ai 1500 euro rispetto al modesto 19%
delle lavoratrici. In
ogni caso, i differenziali di salario tra i lavoratori vanni interpretati
anche alla luce di altre varia-bili. Così se in media un lavoratore
dipendente con un contratto di lavoro standard guadagna un sa-lario netto
mensile pari a 1.010 euro, tale valore si riduce a 879 se questo
lavoratore è occupato in una impresa di piccole dimensioni (fino a 15
dipendenti); supera appena i 950 euro se si lavora nel Mezzogiorno, scende
a 800 euro se si ha un contratto di lavoro non standard, si riduce
ulteriormente a 788 euro se si ha un’età compresa tra i 15 ed i 24 anni
e si attesta a 881 euro se si
è un lavoratore immigrato extra comunitario regolare. Dal
punto di vista professionale le differenze più marcate si riscontrano
nelle fasce di reddito estre-me. Così, sono i lavoratori impegnati
nell’area del commercio, turismo e trasporti ad essere concen-trati
nelle classi di reddito più basse, insieme agli operai. Caratteristiche
ed orari di lavoro in parte possono spiegare tale risultato; stupisce,
viceversa il dato rappresentato dal 30% circa di lavoratori ad elevata
professionalità che percepiscono un salario inferiore ai 1.000 euro
mensili, pur nei casi in cui hanno orari di lavoro molto prolungati. Tra i
lavoratori non standard intervistati ben il 59% che lavora
oltre le 40 ore guadagna meno di 1.000 euro al mese. In
tale quadro, non stupisce che riguardo alle condizioni materiali di
esistenza dei lavoratori e al te-nore di vita garantito dal proprio
salario, la maggior parte dei lavoratori ( 57,7%) dichiari di riuscire a
stento, se non per niente, a garantire condizioni materiali di base per se
stessi e per le persone a proprio carico; tra i lavoratori non standard
questa condizione riguarda quasi il 70% dei casi. Sol-tanto l’8,1% dei
lavoratori riesce a soddisfare pienamente le esigenze di sostentamento e
di consu-mo della propria famiglia. Sono soprattutto i giovani ad avere le
maggiori difficoltà sul piano mate-riale. D’altra parte è proprio fra
di loro che si concentrano i lavoratori atipici, che cumulano spesso
condizioni di lavoro e di reddito che non consente l’autosufficienza
economica. In
realtà il benessere delle famiglie appare sempre più legato alla capacità
che tutti i membri della famiglia siano attivi e percepiscano un reddito
da lavoro. Nel 55,9% dei casi i lavoratori intervistati vivono in un
contesto familiare composto da almeno due stipendi, soltanto il 29,5% ha
un nucleo familiare composto da un solo reddito. D’altra parte la
crescente insicurezza, accanto a livelli sala-riali inadeguati a sostenere
aspettative e standard di consumi socialmente considerati “necessari”,
fa crescere nelle famiglie il bisogno di disporre di più redditi. E’
anche in questa chiave che va letta la
tendenziale crescita dei tassi di attività femminili registrati in
Italia. L’adeguatezza del proprio sala-rio in merito alla capacità di
soddisfare le principali necessità
materiali è, inoltre, maggiore al Nord-Ovest e al Nord-Est e minore al
Sud e Isole e al Centro. I dirigenti riescono pienamente a mantenere se
stessi e la propria famiglia (44,5%), mentre si trovano in questa
condizione solo il 4,6% degli operai e il 2,8% degli occupati nel
commercio. Vi riescono abbastanza il 42,1% dei tec-nici e il 41,1% degli
impiegati, mentre il salario percepito non è affatto sufficiente a
garantire un minimo livello di vita al 28,3% degli insegnanti. Aspettative,
problemi, progetti A
fronte di queste condizioni non deve stupire il fatto che la maggior parte
dei lavoratori ( circa il 40%), interrogati circa le aspettative in merito
al proprio lavoro, si aspetti un miglioramento dal punto di vista
retributivo; seppure una componente altrettanto significativa ( circa il
30%) vorrebbe più sicurezza per il proprio futuro, invece, il 24% nutre
l’aspettativa di maggiore gratificazione pro-fessionale. Se
i più adulti si aspettano salari migliori, i più giovani avvertono,
viceversa, l’esigenza di una maggiore sicurezza per il proprio futuro in
termini di stabilità lavorativa. Questi opposti andamenti, in relazione
all’età, sono da ricondurre, con tutta probabilità, alla condizione
contrattuale - precaria e instabile - che caratterizza i percorsi di
lavoro giovanili, rispetto a quelli più stabili e sicuri dei la-voratori
più “anziani”. D’altra
parte sono i gruppi professionali a minor reddito a nutrire maggiori
aspettative di crescita del proprio reddito: i lavoratori del commercio
(43,3%), gli operai (42,8%) e gli insegnanti (40,4%), gruppi che
presentano tutti valori percentuali al di sopra di quello del campione
(39,5%). Allo stes-so tempo chi vive una condizione di instabilità
lavorativa legata al fatto di avere un rapporto di la-voro atipico,
avverte l’esigenza di maggior sicurezza per il proprio futuro
lavorativo. Questa condi-zione accomuna sia alcune fasce lavorative di
alto profilo professionale, è il caso degli specialisti ad elevata
professionalità, sia alcune categorie di lavoro operaio; specularmene la
necessità di più sicu-rezza per il futuro professionale riguarda sia chi
ha titoli di studio medio-bassi (licenza media e cor-si professionali),
sia quanti hanno realizzato livelli di qualificazione molto elevati
(dottorato, specia-lizzazione post-laurea), è tra queste componenti,
infatti, che si concentrano le maggiori criticità do-vute alla instabilità
contrattuale. Ciononostante i lavoratori intervistati, nella stragrande
maggioran-za dei casi, si mostrano abbastanza o molto soddisfatti, in
termini di gradimento, del proprio lavoro. Al 77,9% il proprio lavoro
piace molto o abbastanza. Al restante 22,1% il proprio lavoro piace poco o
per niente. Le donne mostrano livelli di gradimento per la propria
professione più elevati rispetto agli uomini, che si mostrano
sostanzialmente più insoddisfatti. Se
non stupisce il fatto che siano soprattutto coloro i quali
percepiscono salari più elevati e i lavora-tori più avanti negli
anni a manifestare un maggior gradimento per il proprio lavoro, va
rilevato co-me siano proprio alcuni gruppi particolari che presentano le
maggiori criticità, sia in termini con-trattuali che salariali ad
esprimere le maggiori soddisfazioni in merito al proprio lavoro:
insegnanti e specialisti ad elevata professionalità. In sostanza, questi
gruppi professionali, nonostante non perce-piscano un adeguato compenso
rispetto al proprio lavoro e/o siano insicuri circa il loro futuro e non
vedano riconosciuta la propria professionalità, amano il loro lavoro per
il quale, nella maggior parte dei casi
hanno anche seguito un corso di studi coerente. In generale, però,
la condizione di insicu-rezza rispetto alla condizione lavorativa si
associa a bassi livelli di gradimento del proprio lavoro. Ma,
quale è la percezione che i lavoratori italiani esprimono in merito alla
sicurezza del proprio la-voro. Su questo aspetto sono stati posti una
serie di quesiti, alcuni dei quali già posti nella
prece-dente ricerca “Il lavoro che cambia”, promossa dai DS,
che si è pensato fosse utile ripetere, per ve-rificare possibili
cambiamenti. I risultati, tuttavia, confermano le tendenze prevalenti
emerse in quella sede. Riguardo
alla sicurezza del proprio posto di lavoro si rileva che il 27% del
campione considera sicu-ra e stabile la propria posizione lavorativa, il
39,8% la ritiene abbastanza sicura, mentre il 33% af-ferma che il proprio
posto di lavoro sia poco sicuro e il 12,4% lo ritiene per niente sicuro.
Operando un confronto tra le diverse categorie di lavoratori, si può
rilevare un’associazione significativa tra l’età e la percezione
relativa alla stabilità del proprio posto di lavoro, con una scontata
maggiore sicurezza percepita
dai più anziani, mentre l’ansia per il futuro lavorativo riguarda in
prevalenza i più giovani che
nel 45% dei casi ritiene il posto di lavoro insicuro. Tra
quanti ritengono il proprio posto di lavoro sicuro, una percentuale
significativa è composta da laureati (33,5%), e diplomati (29,1%) e da
lavoratori altamente qualificati (dottorato di ricerca e
specializzazione post-lauream). Tra quanti lo ritengono poco sicuro
prevalgono, viceversa i meno
istruiti. Il livello di sicurezza legato al proprio posto di lavoro è,
come prevedibile, maggiore nella PA: ben il 49,9% dei lavoratori della PA
contro il 19% degli occupati nel macro-settore privato. In-fine, in ordine
decrescente, i dirigenti costituiscono la categoria professionale più
sicura del proprio posto di lavoro (48,3% vs. il 27% del campione),
seguono gli insegnanti (52,4%) e gli impiegati (36%). Del 39,9% di quanti
si dimostrano abbastanza sicuri, il 45,3% è costituito dai tecnici, il
40,5% da operai ed il 40,4% da occupati del commercio. Del 12,3% di quanti
lo percepiscono come per niente sicuro, ben il 30,8% è costituito dagli specialisti ad elevata professionalità. All’interno
di coloro i quali hanno dimostrato una
percezione negativa in merito alla sicurezza del proprio lavoro
sono state analizzate in profondità le motivazioni; ebbene, per un buon
terzo (37,5%) dei lavoratori la percezione di insicurezza è generalizzata
ed è attribuita al fatto che oggi nessun po-sto di lavoro è sicuro. Nei
restanti casi la percezione è fortemente correlata alla propria
condizione soggettiva: per un terzo
(37,1%) dei casi, infatti, l’insicurezza è legata alla specifica
condizione di temporaneità del proprio contratto di lavoro, per il 25,%
al fatto che si lavori in un’azienda in diffi-coltà o in una piccola
realtà aziendale. Come
era prevedibile quanti
percepiscono il proprio posto di lavoro poco o per niente sicuro, nella
quasi totalità, sono lavoratori con rapporto di lavoro non standard e
che, quindi, vivono quotidiana-mente una condizione di temporaneità nel
proprio lavoro. Ed è significativo, invece, che la maggio-ranza di quelli
che pensano che oggi nessun posto di lavoro sia sicuro siano quanti hanno
un rappor-to di lavoro tipico o standard, i quali non avendo una
motivazione propriamente concreta, come ac-cade per gli atipici, con tutta
probabilità proiettano un proprio e generalizzato senso di insicurezza
sull’intero mondo del lavoro. Ciononostante,
come si è visto i lavoratori sono molto coscienti delle caratteristiche
del mercato del lavoro italiano e dei diversi
meccanismi di difesa offerti dal sistema di welfare nazionale.
Infatti, quanti percepiscono il proprio posto di lavoro poco sicuro per
via delle ridotte dimensioni aziendali,
lavorano principalmente in aziende con meno di 15 dipendenti; chi
è insicuro perché ritiene di lavo-rare in un’azienda in difficoltà
lavora in prevalenza in aziende medio-grandi (50-250 addetti). Infi-ne, è
proprio chi lavora in grandi imprese (oltre 250 addetti) ad attribuire al
fatto che “oggi nessun posto di lavoro è sicuro” l’insicurezza del
proprio posto di lavoro. E'
stato poi chiesto agli intervistati quanto tempo impiegherebbero per
trovare un posto di lavoro accettabile, qualora perdessero l’attuale
lavoro. Il quadro che ne deriva è piuttosto preoccupante, il 44,2% dei
lavoratori del campione, pessimisticamente, non è sicura di riuscire a
trovarlo. Il resto del campione si distribuisce tra quanti pensano di
trovare un lavoro più o meno adeguato nel giro di po-che settimane (17%),
di qualche mese (28,3%), o addirittura di un anno o forse più (10,5%). Sono
soprattutto i lavoratori del Meridione a ritenere poco plausibile la
possibilità di trovare un nuovo lavoro, è ben il 53% a non sapere se
troverà un lavoro accettabile, qualora perdesse quello attuale, rispetto
al 38,7% dei lavoratori del Nord-Est, al 38,9% dei lavoratori del Centro e
al 43,6% dei lavoratori del Nord-Ovest. Viceversa,
i più ottimisti sono proprio i lavoratori del Nord-Est, il 21,4% crede di
poter trovare un nuovo lavoro nel giro di poche settimane, nel Nord-Ovest
la percentuale è del 19,6%, nel Sud e Iso-le scende al 12,1%.Considerando
le differenze tra uomini e donne, gli uomini si mostrano tenden-zialmente
più ottimisti: il 20% degli uomini rispetto al 12,3% delle donne pensa di
trovare un’occupazione accettabile in poche settimane. Invece, sono in
prevalenza le donne a dimostrarsi più realiste e a non sapere se
riuscirebbero a reperire un’occupazione accettabile, qualora perdessero
il lavoroattuale: il 48,5% di donne contro il 41,5% di uomini; l’11,9%
pensa di poter trovare un nuovo lavoro accettabile solo dopo un anno o
forse più rispetto al 9,6% degli uomini. Altrettanto
realisti appaiono i lavoratori over 55 che nel 68,5% dei casi non sa se
troverà un lavoro accettabile, qualora perdesse quello attuale. E’
proprio tra gli insegnanti e gli impiegati che si con-centrano i più
pessimisti, sono circa il 70,3% degli insegnanti e ben il 46,9% degli
impiegati (in prevalenza occupati nella PA) quelli che non sanno con
precisione se riusciranno a trovare un nuo-vo lavoro in mancanza di quello
attuale. Sono soprattutto gli operai (23,5%) e tecnici (22,6%) a ri-tenere
che nel giro di poche settimane sarebbe possibile trovare un lavoro
accettabile, addetti al commercio e specialisti ad elevata professionalità
in prevalenza rispetto agli altri pensano di trovar-lo nel giro di qualche
mese (rispettivamente il 39,3% ed il 39,9%). Tra i dirigenti, in media più
ma-turi, troviamo, in maggioranza quelli che pensano di trovare un nuovo
lavoro che sia adeguato in non meno di un anno (circa il 25,2%). Insicurezza
e flessibilità è da anni un binomio al centro del dibattito politico,
allo scopo di appro-fondire se
e in che misura tra i lavoratori italiani prevalga una visione negativa
della flessibilità del lavoro o, viceversa, se ne colgano anche potenzialità in
termini di capacità di conciliare il lavoro con i propri progetti di vita
più complessivi, è stata posta una domanda esplicita in merito alla
pro-pria opinione sulla flessibilità del lavoro. La
flessibilità del lavoro è giudicata positivamente da circa il 43% degli
intervistati, per le opportu-nità che può offrire se accompagnata da
diritti e tutele. Una percentuale altrettanto significativa (il 41%) la
considera come fonte di ansia e insicurezza e come limite alla
progettualità della vita. Un altro 16% la valuta positivamente, ma
soltanto per la fase di ingresso nel mondo del lavoro. La
percezione negativa, che associa la flessibilità del lavoro
all’impossibilità di formulare progetti, è decisamente più diffusa
tra gli operai e, in generale, tra i gruppi professionali dotati di minori
competenze e che lavorano in settori dove la flessibilità equivale spesso
a precarietà del rapporto di lavoro. Al contrario, sono le categorie più
dotate di risorse proprie a vederne le potenzialità positive. E' il caso
degli specialisti a elevata professionalità che, probabilmente, proprio
perché sperimentano direttamente sulla propria pelle la temporaneità del
rapporto a cui spesso si associa una scarsa
tute-la, a esprimere un giudizio positivo, ma condizionato dal
raggiungimento di determinati standard di tutela. Altrettanto dicasi dei
più giovani, più propensi ad attribuire un valore positivo alla
flessibilità ma alla condizione che sia transitoria e accompagnata da
diritti e tutele. I lavoratori alla soglia dei 50 anni appaiono viceversa
più in ansia e preoccupati delle conseguenze negative della flessibilità.
Quali
sono in generale gli aspetti sui quali si concentrano maggiormente le
preoccupazioni dei lavo-ratori? L’attenzione si concentra sulle
condizioni materiali presenti e future. Così, circa il 30% degli
intervistati avverte come problema prioritario il fatto che non potrà
contare su una adeguata pensio-ne. In ansia, appaiono soprattutto i
lavoratori più avanti negli anni e quelli del settore pubblico. La
maggior parte degli intervistati (il 46,3%) è, però, assillata dalla
paura di non avere una continuità lavorativa e di reddito, o di perdere
il proprio lavoro; il 19,6% teme di non riuscire a mantenere l’at-tuale
tenore di vita, e il 4,2% di non tenere il passo con la propria
professione. Dunque,
i valori professionali, sembrano trovare poco spazio a fronte
dell’assillo rappresentato dall’insicurezza e dalla paura di non
riuscire a far fronte alle proprie esigenze materiali quotidiane. L’insicurezza
e l’ansia per il futuro, attraversa
quindi trasversalmente le diverse facce del lavoro e tocca in pieno anche
il mondo dei lavoratori stabili, non limitandosi quindi a coinvolgere
soltanto i lavoratori temporanei. A
fronte di queste preoccupazioni, tuttavia, i lavoratori sembrano propensi
a rimanere ancorati alle condizioni lavorative attuali, se pur cercando di
migliorarne alcuni aspetti, piuttosto che
cercare “fortuna” altrove: il 72% circa dei lavoratori,
infatti, dichiara che il suo progetto lavorativo per il fu-turo è
comunque di restare dove lavora attualmente con l’attesa di migliorare
la propria posizione professionale (38,3%), oppure aspettando il
pensionamento (28,2%), o ancora, diminuendo il pro-prio orario di lavoro
(5,2%). Poco meno di un terzo dei lavoratori, invece, ha intenzione di
migliora-re le proprie prospettive di lavoro o cercando lavoro
altrove (19,3%), oppure mettendosi in proprio (9%). Questa tendenza
alla scarsa propensione alla mobilità lavorativa è, da un lato da
collegare alla condizione di incertezza
generale avvertite dai lavoratori, che genera poca propensione al rischio,
ma riflette anche le
difficoltà nella ricerca di un lavoro che caratterizzano
strutturalmente il
siste-ma del lavoro italiano. D’altra
parte i lavoratori dipendenti italiani appaiono relativamente pessimisti
riguardo al proprio futuro,
tanto è vero che quasi il 60% degli intervistati pensa che la propria
condizione rimarrà ugua-le o peggiorerà
rispetto a quella dei propri genitori. Tra quanti hanno una visione
decisamente pes-simista del proprio futuro prevalgono
i lavoratori atipici che nel
40% dei casi -contro il 31,2% re-gistrato in media nel campione- pensano
ad un arretramento della
propria condizione sociale rispet-to alla famiglia di origine. Questi
ultimi, sono soprattutto adulti giovani ( trentenni-quarantenni), per i
quali la prospettiva di una ascesa sociale è decisamente più bassa
rispetto alle generazioni prece-denti. Per
il passato recente, infatti, è possibile verificare che la percezione
manifestata dagli intervistati rivela un fenomeno di tendenziale mobilità
sociale ascendente, cioè uno spostamento dei lavoratori verso le
posizioni immediatamente superiori della scala sociale in rapporto alla
collocazione della famiglia di origine. I dati dimostrano che c’è stato
un addensamento attorno alle posizione interme-die della scala sociale.
Nel complesso degli intervistati, infatti, il 58,4% si autocolloca nel
ceto so-ciale medio, mentre questa condizione riguarda il 46,2% dei loro
genitori. Altrettanto, si colloca nei ceti medio bassi e bassi il 35%
degli intervistati, ma ben il 46%
dei loro genitori. I salti verso le po-sizioni sociali più elevate
sembrano essere stati, viceversa, poco presenti. Gli attuali
lavoratori di-pendenti si sentono, infatti, di appartenere ancora meno dei
propri genitori a un ceto sociale elevato Contrattazione
e salario aggiuntivo La
contrattazione integrativa è diffusa nella maggioranza delle unità
produttive in cui lavorano i nostri intervistati (46,8% contro il 37,5%
delle realtà nelle quali invece mancano accordi decentrati). Appare
marginale la presenza di accordi informali tra le parti (solo il 2,5%), a
cui attribuisce qualche rilevanza una parte della letteratura scientifica
(il loro peso cresce, ma non in misura esponenziale, nelle aziende o
luoghi di lavoro più piccoli). La
propensione alla negoziazione decresce al ridursi delle dimensioni
aziendali: è una evidenza, non solo italiana, già messa in luce in
passato da diverse rilevazioni e che anche i nostri dati confermano.
Mentre una qualche attività contrattuale è condotta nei due terzi delle
attività produttive sopra i 250 dipendenti, dato che si abbassa fino a
meno del 20% in quelle con meno di 15 dipendenti. La
propensione contrattuale si riduce drasticamente per i lavoratori non
standard, che ne sono esclusi o non toccati , parzialmente o del tutto.
Non siamo però in grado di dire quanti dei lavoratori temporanei, i quali
dichiarano di avere un contratto integrativo nel proprio posto di lavoro
(che sono circa il 30%), godano poi anche dei suoi effetti: in altri
termini non siamo del tutto sicuri che questi contratti , che pure operano
, trovino piena applicazione anche nei confronti di questa tipologia di
lavoratori. I
nostri dati consentono di mettere a fuoco con maggiore nettezza la
rilevanza della quota di salario attribuibile al secondo livello
contrattuale e di cominciare a scavare sul tema controverso del salario
individuale e del suo rapporto con la contrattazione : essi inoltre ci
aiutano a conoscere e a quantificare atteggiamenti non del tutto previsti. Il
primo aspetto rilevante è la conferma della ampia, anche se non
generalizzata , diffusione delle quote aggiuntive di salario: esse sono
percepite dalla maggioranza assoluta dei rispondenti (il 50,7 contro il
49,3). Ne
godono soprattutto i lavoratori dell’industria maschi , nelle le classi
d’età più mature, sopra i 35 anni; ne beneficiano prevalentemente
tecnici ed impiegati, e di seguito gli operai ( che però si collocano un
po’ al di sotto della media generale): a conferma che il salario
aggiuntivo premia lavoratori con maggiore qualificazione e professionalità
(ed anche stabilmente inseriti nel processo produttivo). Per la stessa
ragione è un fenomeno molto forte nelle ripartizioni geografiche
settentrionali, mentre è meno intenso al Centro e nelle Isole, e
decisamente più debole al Sud. Il
secondo aspetto riguarda invece le valutazioni e gli atteggiamenti nei
confronti degli incentivi retributivi attribuiti ad
personam, che rivestono quindi carattere individuale. La
maggioranza dei rispondenti mostra di apprezzare la dimensione personale
ed individuale di questa incentivazione economica, ma una quota
percentuale significativa ne richiede maggiore trasparenza, attraverso lo
strumento della contrattazione collettiva con il sindacato. Le risposte a
questa domanda segnalano la crescente attenzione da parte dei lavoratori
per premi di natura individuale, e nello stesso evidenziano l’esigenza -
diffusa anche se non maggioritaria – di dilatare i confini tradizionali
dell’attività contrattuale, fino ad incorporare istanze personali ed
individuali. Si
possono quindi classificare le risposte intorno a questo nodo in due
grandi gruppi. I
‘favorevoli’ sono coloro che si esprimono a vario titolo positivamente
verso quote individuali ed aggiuntive di salario: essi assommano a circa
il 60% degli intervistati. Di questi una parte – pari ad un terzo –
dichiara di preferire che esse siano trattate a livello individuale,
quindi nel rapporto diretto con i datori di lavoro. Un’ altra parte –
pari al 27% - richiede esplicitamente che
esse siano oggetto di negoziazione con i sindacati. Gli
ostili , che , in vario modo(“favoriscono l’arbitrio dei datori di
lavoro “ e “minano la solidarietà tra i lavoratori”), manifestano
avversione o diffidenza verso queste modalità , raccolgono nel complesso
poco meno del 40% delle risposte. Le posizioni ostili risultano più
diffuse nelle unità produttive maggiori, ed anzi il loro peso cresce al
crescere della dimensione aziendale. Tra
i favorevoli aumentano i sostenitori del merito individuale man mano che
si abbassano le dimensioni dell’unità produttiva: fino a toccare quasi
il 40% nelle aziende sotto i 15 dipendenti. Invece sono più equamente
distribuiti i lavoratori che richiedono la negoziazione collettiva dei
benefit aggiuntivi , e che si addensano in modo particolare nelle unità
tra 16 e 250 dipendenti. I
favorevoli , in particolare alla variante individuale, si trovano
nell’industria e nel Nord-Ovest, ed inoltre posseggono titoli di studio
e posizioni professionali più elevate. Le
posizioni ostili risultano più diffuse nelle unità produttive maggiori,
ed anzi il loro peso cresce al crescere della dimensione aziendale. Tra
gli ostili le donne (probabilmente svantaggiate da questi meccanismi), i
lavoratori con bassi titoli di studio e in particolare i dipendenti del
commercio, nonché i lavoratori che operano al Sud e nel Nord-Est: ma è
da segnalare che anche una quota significativa di dirigenti e tecnici
privilegia l’opzione “favoriscono l’arbitrio dei datori di
lavoro“. L’iscrizione
ai sindacati e le ragioni della non adesione Il
nostro campione presenta una quota di sindacalizzati in linea con le stime
e i dati ufficiali sugli iscritti ai sindacati. L’insieme
degli aderenti ai sindacati – confederali e non – supera il 40%. Si
registra un segmento pari al 15% di ex-iscritti in linea con altre
rilevazioni: in generale, ricordiamolo,
dotati di uno sguardo più critico verso i sindacati. Il
dato più interessante da sottolineare è un altro . Solo poco più di un
quarto del campione dichiara di non essere iscritto ad alcun sindacato e
che non intende farlo, in quanto un altro 15% circa si dice non iscritto,
ma nello stesso tempo sta pensando al passo dell’adesione. E’
questo un dato significativo perché conferma l’ampiezza del bacino
organizzativo, anche latente, del sindacalismo italiano che abbraccia in
vario modo circa i due terzi dei potenziali membri. Il
rapporto con il sindacato avviene nella maggioranza dei casi (il 54%) in
modo diretto attraverso i contatti nei luoghi di lavoro. Si fonda quindi
sull’esperienza e sui problemi che derivano dalla condizione di lavoro.
L’area oscura – che segnala una difficoltà – è composta dal quel
17%, che dichiara di non avere avuto contatti diretti con il sindacato.
Una percentuale che sale a più di un quarto tra i lavoratori non standard
. Questi, più fluidi e dispersi in confronto ai lavoratori classici,
segnalano una evidente zona di sofferenza per le reti sindacali, che trova
origine nella mancanza stessa di opportunità di rapporti materiali con esse. La
propensione all’iscrizione cresce, anche significativamente, fino alla
classe d’età dai 45 ai 54 anni, per poi flettere. E’ decisamente
maggiore per i maschi rispetto alle femmine (anche se questo dato riflette
la differente partecipazione al mercato del lavoro), ed appare più bassa
tra i lavoratori del Nord-Ovest. Risultano
iscritti in numero maggiore i lavoratori pubblici, con una percentuale che
supera il 50%. E’ un dato non nuovo, che conferma un trend presente in
tutti i maggiori sindacati contemporanei, e che segnala in modo esplicito
l’avvenuto distacco dal ruolo egemonico del sindacalismo industriale. In
linea con questo le organizzazioni dei pubblici dipendenti costituiscono
ormai in tutti i paesi avanzati il principale polmone organizzativo dei
movimenti sindacali. Sopra
la media tendono ad iscriversi gli operai e soprattutto gli insegnanti.
Mentre la quota più elevata di quelli che pensano ad una futura
iscrizione la si rintraccia nel commercio: un settore vasto ed eterogeneo,
nel quale si concentra una parte rilevante del lavoro disperso ed
inorganizzato. Ma
il dato più importante sul quale richiamare l’attenzione si riferisce
al forte divario nella propensione all’adesione tra i lavoratori
standard e quelli non standard. Di questi solo il 23% è iscritto, contro
quasi il 50% degli altri. Non si tratta di un dato sorprendente, ma per la
prima volta siamo in grado di quantificare con un stima attendibile questo
divario, grazie all’ampiezza del campione utilizzato e alla presenza
significativa di lavoratori temporanei al suo interno. L’aspetto più
confortante per i sindacati che emerge dalla lettura di questi dati
consiste nel 34% di lavoratori non standard che dichiara di stare pensando
all’iscrizione o di non escluderla. Intercettare almeno una parte di
questo numero così ampio di potenziali aderenti avrebbe ovviamente un
effetto significativo. Oltre
l’80% di quanti sono iscritti scelgono i sindacati confederali Cgil,
Cisl e Uil. La
maggioranza relativa di coloro che aderiscono ai sindacati è iscritta
alla Cgil : il 44% contro il 25,5% della Cisl e l’11% della Uil. Mentre
è notevolmente modesta l’area di adesioni alla Ugl e chiaramente
minoritaria quella di cui gode il sindacalismo di base, va segnalato il
fenomeno tutt’altro che limitato delle iscrizioni ai sindacati autonomi
( un contenitore ampio, nel quale troviamo tanto il sindacalismo autonomo
tradizionale, che quello ‘professionale’ di nuova generazione): in
percentuale ammontano a più del 15%. Queste
organizzazioni registrano maggiore successo tra le generazioni più
anziane (dai 45 anni in su) e nelle posizioni professionali più elevate.
Esse sono addensate prevalentemente nel settore pubblico , nel quale
vantano il 28% degli iscritti: va notato che questo score si frantuma in
numerose sigle sindacali, spesso in concorrenza tra di loro. Ma,
come detto, il grosso della sindacalizzazione si concentra dentro le
famiglie del sindacalismo confederale. L’insediamento dei tre sindacati
principali si assomiglia, ma emergono anche alcuni profili sociologici
differenziati. I punti deboli comuni si trovano nel settore dei servizi
privati e i punti di forza condivisi si attestano nel settore pubblico:
nel quale la Uil ha un addensamento delle sue adesioni, e la Cgil fa
segnare una percentuale di adesioni leggermente superiore a quella della
Cisl (27% contro 25,5%), la quale ha avuto tradizionalmente il suo centro
di gravità associativa proprio nei comparti del pubblico impiego. Alla
Cgil , che mantiene una maggiore caratterizzazione industriale, aderiscono
in percentuali superiori alla media gli operai, ma anche i dipendenti del
commercio (tra i quali rintracciamo una parte significativa del nuovo
lavoro esecutivo). La Cisl vanta invece iscrizioni sopra la media tra
insegnanti ed impiegati. Mentre la Uil presenta le migliori performance
tra insegnanti e tecnici. Inoltre la Cgil è percentualmente più radicata
nel Nord-Est (che comprende l’Emilia) e nel Centro, la Cisl nel Nord-Est
e la Uil nel Sud e nelle Isole: in queste due ultime ripartizioni
territoriali risultano sovradimensionati anche i sindacati autonomi. Un
dato sul quale richiamare l’ attenzione riguarda poi le preferenze dei
lavoratori non standard , che appaiono decisamente caratterizzate. Più
della metà degli iscritti ai sindacati ha optato per la Cgil, che quindi
si qualifica come principale forza di attrazione nei confronti dei
lavoratori temporanei. Sul versante opposto sono i sindacati autonomi a
evidenziare il deciso peggioramento dei loro tassi di adesione in
relazione a questo segmento di lavoratori (il 6,8% contro una media
generale del 15,8%). Anche
tra le ragioni che spingono i lavoratori
all’iscrizione troviamo delle conferme puntuali, insieme
all’affinamento di ipotesi avanzate in precedenti indagini. Il
grosso dei motivi di adesione – che restano comunque, non va
dimenticato, plurali e non monodimensionali – si addensa intorno alle
condizioni di lavoro e alla tutela nei luoghi di lavoro e in azienda:
sommando varie voci queste ragioni pragmatiche, legate ai fattori della
condizione materiale e delle contraddizioni micro, superano il 40% delle
risposte (come primo motivo). Le
ragioni più connesse a spinte identitarie e ideologiche (“L’unità
della classe lavoratrice è indispensabile”) occupano un posto
importante (superiore al 20% delle risposte ) e , diversamente da quanto
pensano alcuni, non sembrano destinate a sparire . E’ vero che queste ragioni risultano maggiormente
presenti nelle classi d’età meno giovani: tra i 45-54enni e,
soprattutto, sopra i 55 anni. Ma è altresì vero che esse sono sopra la
media anche nella classe d’età tra i 25 e i 34 anni. Sono più forti
tra gli uomini che tra le donne. Sono molto sentite nelle ripartizioni
centro-settentrionali, mentre appaiono deboli al Sud e nelle Isole. Esse
quindi tendono non a sparire, ma ad evolversi e combinarsi con altre
motivazioni. L’altro
fattore che richiama motivi identitari, costituito dal legame con “le
recenti battaglie sindacali”, raccoglie consensi molto marginali. E,
diversamente da quanto ci si potrebbe aspettare , risulta suffragato
soprattutto tra gli over 55 anni : come se in questa generazione fossero
stati riattivati fili di collegamento con passate esperienze di
conflittualismo. Va
poi richiamata l’attenzione su un altro dato di notevole portata: è
decisamente minoritaria come ragione (esclusiva) di iscrizione quella
legata all’utilizzo dei servizi di assistenza, che configura una modalità
d’adesione più utilitarista e strumentale. Su questo punto è da tempo
aperto un dibattito e non mancano i sostenitori del canale dei servizi
come strada maestra per incentivare nuove iscrizioni. I dati di questa ed
altre ricerche smentiscono che questa tendenza sia già in atto. Ed in
particolare per i più giovani, che – sempre secondo queste tesi –
sarebbero più permeabili a modalità di adesione di natura strumentale:
appunto, come si può vedere, la loro propensione ad aderire su questa
base risulta minoritaria (15-24 anni) o in linea con le altre generazioni
(25-34 anni). Appare plausibile ipotizzare piuttosto che l’erogazione di
servizi sia utile e proficua , dal punto di vista dell’associazionismo
sindacale, se collegata anche all’offerta di incentivi collettivi di
altra natura : come gli incentivi di identità o come quelli di scopo,
riconducibili agli obiettivi programmatici, anche contrattuali,
dell’azione collettiva. Per
i lavoratori non standard conta di più , ed in modo significativo
(raggiunge il 20%) la voce “difesa del posto di lavoro”, che possiamo
considerare di confine tra fattori di raggio micro e obiettivi sindacali
di natura generale o di portata più larga. E’ evidente come questa
opzione sia influenzata dalla instabilità occupazionale subita da questi
lavoratori. Inoltre questo item raccoglie – altro aspetto rilevante -
una percentuale del 30% tra i
lavoratori con i titoli di studio più alto : che si presentano come i più
sensibili al nodo della instabilità e della precarietà del lavoro. Ma
del rapporto – anche potenziale - dei sindacati con il mondo del lavoro
molte informazioni ci vengono anche dalle ragioni della mancata adesione:
che costituiscono la base per riflettere intorno all’adeguatezza e ai
cambiamenti dell’offerta di rappresentanza da parte delle
organizzazioni. Una
parte di queste ragioni , che indicano un calcolo strumentale
(raggruppando gli items: “non mi sembra utile””il tesseramento costa
troppo” “diminuisce le possibilità di carriera”) , arriva a toccare
più di un terzo dei rispondenti, in questo caso – ricordiamolo –
situati tra i non iscritti. Un’altra
parte dei motivi di non adesione attiene a valutazioni
politico-ideologiche di segno diverso : da un lato gli apatici e apolitici
che , quasi al 20% indicano la voce“i sindacati sono troppo
ideologizzati ; da un altro gli insoddisfatti da sinistra che , in misura
più ridotta (al 7%) optano per la voce “ i sindacati sono troppo
moderati e remissivi”; in mezzo un altro 7% che dice di non fidarsi dei
delegati della propria azienda : una voce che forse potremmo dividere
equamente tra i primi due gruppi, i ‘depoliticizzati’ e gli ‘iperpoliticizzati’. Sembra
però importante richiamare l’attenzione su altre due voci, che sembrano
più promettenti per le prospettive di sindacalizzazione. In effetti
appare poco plausibile che i sindacati, specie confederali, possano
pescare aderenti tra coloro che hanno risposto alle voci sopra richiamate,
trattandosi di quanti per apatia, disinteresse o convinzioni scettiche
oppure diffidenti sono difficilmente incentivabili all’iscrizione. Il
bacino nel quale pescare è diverso, ed è rivelato proprio da questi
altri items. Il
primo (“non credo di rimanere a lungo nel mio posto di lavoro”) è
stato scelto dal 14% dei rispondenti. Esso testimonia come l’instabilità
occupazionale sia uno dei fattori strutturali che ostacolano potentemente
l’adesione. E che raggiunge soglie molto alte tra i più giovani e tra i
lavoratori non standard , tra i quali – com’era peraltro immaginabile
– tocca quasi il 30% degli intervistati. Il
secondo (“nessuno mi ha mai chiesto di iscrivermi”) è in generale
sottovalutato come fattore di filtro all’adesione, ma in alcune indagini
è individuato come aspetto non irrilevante. Questo giudizio è confermato
dai nostri dati. Il 14% dei rispondenti lo indica come prima ragione della
mancata iscrizione, ed un altro 17% come secondo motivo. Una percentuale
che sale ancora in modo significativo tra le donne , i giovani dai 15 ai
24 anni e i lavoratori non standard (e sappiamo come in molti casi questi
gruppi si sovrappongano). Una percentuale che sta ad indicare una
distanza, anche fisica, dalle organizzazioni sindacali e dalle loro reti
associative. Nella sostanza più del 30% degli intervistati sfugge non
intenzionalmente al contatto diretto con il sindacato e con i suoi
rappresentanti nei luoghi di lavoro . Questo corrisponde a due aree
critiche da approfondire. La prima consiste nel distacco anche materiale
di una parte del mondo del lavoro dai circuiti organizzativi del
sindacato: un distacco attribuibile nella maggior parte dei casi al
carattere frantumato ed instabile dei lavori ( e spesso delle relative
attività produttive). La seconda fa
emergere un serbatoio da avvicinare ed esplorare di potenziali aderenti,
che costituiscono un terreno di possibile espansione della presenza
associativa dei sindacati. Alcune
opinioni Agli
intervistati sono state rivolte diverse domande tese a saggiare opinioni e
aspettative verso problemi o processi di carattere più ampio e generale.
Diamo conto di seguito di una
parte di esse, da cui si ricavano ampi spunti di riflessione. Un
quesito utile per precisare i contorni delle richieste di rappresentanza
che provengono dai lavoratori è quello relativo a “cosa vorresti dal
sindacato in questo momento” (un analogo quesito è stato avanzato
nell’indagine dei Ds “Il lavoro che cambia”). Dalle
risposte emergono due aspetti importanti. Il
primo è che l’item preferito, (come d’altra parte nella ricerca sopra
ricordata) riguarda la richiesta di “più unità”, scelta da quasi il
37% dei rispondenti, e che incarna un tema destinato ad accompagnare
storicamente le vicende sindacali italiane. E’
una istanza classica e per certi versi tradizionale . A conferma di ciò
essa si presenta molto forte nelle classi d’età più anziane, in
particolare sopra i 45 anni, mentre è decisamente meno avvertita tra i
giovani dai 15 ai 34 anni. Inoltre la vediamo radicata tra i lavoratori
dell’industria, e in particolare gli operai, tra coloro che hanno titoli
di studio più bassi, oltre che nell’ambito delle ripartizioni
territoriali del settentrione. Per converso è meno sentita non solo dai
giovani, ma anche dalle donne ed in modo più accentuato dai lavoratori
non standard (gruppi, che – lo ripetiamo – presentano numerosi
richiami reciproci). Il
secondo aspetto rilevante che emerge con chiarezza è la ampia richiesta
di “più azione contrattuale”, scelto da quasi il 35% degli
intervistati, decisamente preferito rispetto a quello parallelo di “più
azione politica”, che invece è stato indicato da meno di 10% del
campione. Questa preferenza, non del tutto prevista, è da mettere in
relazione ai disagi nella condizione di lavoro e nelle retribuzioni che
vengono manifestati ed avvertiti come prioritari da una parte
significativa dei nostri intervistati. Appare
interessante notare come il profilo di chi sceglie questa voce risulta
polarizzato rispetto a quanti hanno indicato come priorità l’unità
sindacale. Infatti sono soprattutto i giovani, le donne e i lavoratori non
standard a optare per l’estensione dell’impegno contrattuale. Questa
opzione risulta sopra la media al Centro, Sud e Isole, oltre che tra
gli impiegati, gli insegnanti, i tecnici e , in modo ancora più
sostenuto, tra i dipendenti
del commercio. L’atteggiamento
che dovrebbe tenere il sindacato nei confronti dei grandi schieramenti
politici costituisce l’oggetto di un’altra domanda tesa a sondare
opinioni ed umori diffusi tra i lavoratori dipendenti . Le
tre opzioni proposte erano quella ‘interventista’ (“schierarsi con
la coalizione più vicina”), quella
‘pragmatica’ (“schierarsi di volta in volta”), ed infine
quella ‘autonoma’, più in sintonia con la vocazione tipica del
sindacalismo confederale in Italia (“non schierarsi con nessuno”). Ed
è stata proprio quest’ultima l’opzione decisamente maggioritaria,
scelta dal 64% dei rispondenti. Va
notato che si tratta di una scelta che trova consensi trasversali sia tra
gli operai che tra i dirigenti, sia tra i lavoratori standard, che tra
quelli non standard. Essa viene sostenuta
in modo marcato al Nord e tra i lavoratori delle classi d’età centrali
(35-44 anni). Sembrerebbe potersi dire quindi che soprattutto nelle
regioni settentrionali, nelle quali anche di recente
sono state riscontrate asimmetrie tra la rappresentanza sociale e
quella politica, trovi alimento un atteggiamento di
insistita equidistanza (o forse dovremmo parlare più
appropriatamente di ‘equilontananza’)
dalle coalizioni politiche in campo. Le
opinioni degli intervistati sono state anche testate intorno al nodo della
collaborazione tra lavoratori e datori di lavoro. Non si tratta di un
quesito inedito, dal momento che esso ricalca una domanda effettuata nel
corso dell’inchiesta di massa condotta alla Fiat nel 1980 (una famosa
ricerca sociale che successivamente portò alla pubblicazione di un
altrettanto famoso e fortunato rapporto, dedicato ai “tre tipi di operai
Fiat”). Il quesito forniva tre possibili opzioni: quella che manifesta
disponibilità alla ‘cooperazione’ (“è necessaria”), quella che
implica una “scelta razionale” e – se si vuole - condizionata (“è
utile”) e quella che indica una pregiudiziale ostilità, ascrivibile ad
una posizione ‘antagonista’ (“è impossibile”). La quota più
ampia, la maggioranza assoluta dei rispondenti, va all’opzione
cooperativa (che già nel 1980 superava il 42% e disponeva della
maggioranza relativa). Una quota significativa , il 38,7% , va ai
sostenitori della scelta razionale (contro il 31,1% del 1980). L’ultima
opzione, quella antagonista, che risultava già minoritaria nel 1980 con
il 26,5% dei rispondenti, appare oggi marginale dato che raccoglie solo
l’11% delle preferenze . Questa
propensione maggioritaria alla cooperazione non rappresenta quindi
una scoperta assoluta: lo fu nel 1980 e ne risultò uno
spiazzamento di precedenti letture, accompagnato da numerose controversie.
Piuttosto le tendenze, già presenti e censite in passato negli
orientamenti dei lavoratori, risultano oggi più accentuate. Sembra
farsi strada tra i lavoratori l’idea di una crescente interdipendenza
tra l’andamento delle aziende e il benessere del lavoro. Ma , come
abbiamo visto, è largo il convincimento che uno sviluppo equilibrato
della contrattazione e delle relazioni industriali possa aiutare a dare
corpo a questa esigenza: che troviamo con più evidenza
espressa nella posizione dei sostenitori della scelta razionale.
Come
conseguenza immaginabile diventano più chiari i presupposti e si apre uno
spazio – tutto da riempire e da ridefinire – per politiche orientate
verso la partecipazione e la democrazia industriale. Segnaliamo
inoltre tra le altre opinioni censite quelle che si riferiscono al futuro
del welfare e del modello sociale. In
questo caso spiccano due istanze. Una
consiste in una maggiore inclusione, intesa come estensione delle
protezioni sociali ai soggetti meno protetti. Questa esigenza, fortemente
avvertita, ha ricevuto il 38.7% delle risposte. Essa è particolarmente
sentita – e non ci sorprende – tra i più giovani (fino ai 34 anni),
tra le donne e i lavoratori non standard . Quasi la metà di questi ultimi
la privilegia, a conferma che il tema si caratterizza come una delle
principali issue e criticità
per il popolo dei lavoratori temporanei e discontinui
. La
seconda – peraltro non contraddittoria con la precedente - si traduce
invece nella richiesta di misure di adattamento dello Stato sociale
all’invecchiamento della popolazione ed è prescelta da circa un quarto
dei rispondenti. Tra essi troviamo i lavoratori più anziani, sopra i 45
anni, che evidenziano una netta sensibilità per questa tematica , ma
anche le donne e i lavoratori standard.
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