
Lo sfruttamento delle risorse di Bougainville, isola della Papua Nuova Guinea,
ha scatenato un conflitto e un disastro ecologico di cui nessuno parla.
Neanche internet.
Secondo il rapporto del World
Watch Institute del 2002, almeno un quarto dei conflitti armati
del 2000 è stato connesso a conflitti su risorse naturali, nel senso che lo
sfruttamento illegale o legale delle stesse ha contribuito o peggiorato
conflitti violenti o finanziato la loro continuazione.
Sono individuabili varie tipologie di guerra. La prima è quella dei conflitti
su risorse limitate, dalla natura o dal sistema economico. Rientrano in questa
categoria ad esempio i conflitti per la terra in Brasile. Altri riguardano la
correlazione tra attività predatorie e guerre locali: ad esempio il caso dei
diamanti in Angola e Sierra Leone; del legname estratto ed esportato
illegalmente dalla Liberia per finanziare l'acquisto di armi per la guerra
civile o lo sfruttamento del coltan in Congo. Una terza tipologia di conflitti
sulle risorse è rappresentata dall'intreccio tra spinte autonomiste, guerre
interne e attività indiscriminate e criminali delle imprese multinazionali
nel settore dell'estrazione di risorse naturali.
Un caso emblematico è quello di Bougainville nella Papua
Nuova Guinea, una grande isola situata a est della Nuova Guinea. La sua
popolazione è di circa 200mila persone e si considera distinta da quella
della Nuova Guinea.
Con la colonizzazione tedesca, precedente alla prima guerra mondiale, l'isola
è stata unita alla colonia della Nuova Guinea. Nel dopoguerra la Società
delle Nazioni ha restituito l'autonomia a Bougainville sotto la tutela del
protettorato australiano. Tuttavia l'Australia ha annesso di nuovo
Bougainville al protettorato della Nuova Guinea.
Da sempre la vita degli abitanti è basata sull'agricoltura, sulla pesca e
sulla coltivazione del cacao. Il concetto di proprietà individuale è
estraneo a questa popolazione: foreste e fiumi appartengono a diversi clan che
hanno diritti di sfruttamento comuni.
Quest'isola, un tempo paradiso tropicale, è anche estremamente ricca di
depositi di rame. Nel 1963, alla compagnia australiana Rio Tinto Zinc fu
concessa una licenza dal governo coloniale australiano per sviluppare ciò che
il presidente della Rio Tinto Zinc ha definito: "Il gioiello della nostra
corona" .
Alcuni geologi incominciarono allora l'attività di
esplorazione, senza consultare la popolazione indigena, dell'area interessata.
Su parere dell'antropologo D.Oliver, professore all'università di Harvard,
alla compagnia australiana venne indicato che avrebbe avuto a che fare con un
popolo primitivo e superstizioso, che si sarebbe presto abituato alla presenza
della compagnia. La popolazione locale iniziò invece a esprimere la propria
opposizione, fronteggiando fisicamente le attività dei tecnici. Alle
incessanti pressioni dell'amministrazione coloniale che sottolineava
l'importanza dello sfruttamento dei giacimenti di rame per la costruzione di
una base di risorse per lo sviluppo nazionale, i clan locali rispondevano che
il rame sarebbe rimasto inutilizzato per altri venti anni fino a quando i loro
figli fossero stati in grado di decidere per gli interessi del proprio popolo.
Dopo i primi scontri con gli abitanti locali, la compagnia australiana ottenne
la protezione dell'amministrazione coloniale.
Nel 1972 la produzione commerciale ebbe inizio. Scorie nocive, incluso cianuro e metalli pesanti derivanti dal processo di estrazione del rame e dell'oro, furono scaricate nelle acque del fiume Jaba. Ai Nasioi, tribù che abita nell'area percorsa dal fiume inquinato, fu dato un indennizzo pari a 7 dollari per ettaro espropriato. Lo smaltimento indiscriminato causò la distruzione della vita marina nell'estuario dove avviene la riproduzione dei pesci e provocò l'acidificazione del suolo, rendendo irrealizzabile la coltivazione e quindi la sussistenza di questo popolo.
B.Peutalo afferma: "Questo ecocidio è stato attuato
senza attenzione, senza avere chiesto o accordato alcuna autorizzazione, in
aree in cui gli abitanti avevano pensato di non venire toccati dalle attività
di estrazione. Qui la gente teme di non poter più controllare il proprio
destino e la propria terra. Stanno perdendo il controllo sul patrimonio dei
loro figli. Per migliaia di anni i nostri antenati hanno vissuto in armonia
con la natura. Questa è stata danneggiata dallo spirito di utilità che vede
la terra come proprietà da sfruttare. L'immensa somma di denaro che
accompagna queste attività distruttive è diventata il richiamo attorno al
quale si sviluppano i negoziati con la popolazione locale."
L'impatto devastante delle attività della multinazionale Rio Tinto Zinc (RTZ)
nello sfruttamento della grande miniera di rame sull'isola e l'esclusione
pressoché totale delle popolazioni locali dai benefici economici di tali
attività hanno causato l'insorgere di un duro conflitto. Questo è sfociato
in una rivolta armata e nella creazione del BRA (Bougainville Revolutionary
Army), che nel 1990 ha istituito il governo provvisorio di Bougainville
dichiarando l'indipendenza da Papua Nuova Guinea.
Nel 1996 il governo di Papua Nuova Guinea di J.Chan ha assoldato mercenari
stranieri, utilizzando i fondi concessi dalla Banca Mondiale per lo sviluppo
del paese, al fine di stroncare la rivolta.
Nel 1997 però lo sdegno popolare in Papua, in seguito alla diffusione delle
informazioni relative all'impiego di mercenari, provocò una crisi di governo,
le dimissioni di Chan e l'istituzione di un cessate il fuoco.
Nel 1998, Amnesty International ha pubblicato un importante documento, Papua Nuova Guinea: Bougainville, la tragedia dimenticata dei diritti umani, che documenta le violazioni dei diritti umani da parte delle forze di sicurezza governative, delle forze dell'ordine e di abusi compiuti da parte del BRA. Nel dicembre dello stesso anno, personale militare e civile di paesi vicini è giunto sull'isola per controllare la tregua che ha tenuto sino alla fine dell'anno. Anche Bougainville rimane una zona di disinteresse internazionale in cui la crisi continua a svolgersi nella totale indifferenza dei media. Tuttavia, la diffusione della notizia dell'impiego di mercenari per soffocare la rivolta armata indigena non ha solo causato le dimissioni del capo del governo Chan, ma ha richiamato la presenza di osservatori internazionali sull'isola per il monitoraggio delle condizioni di vita della popolazione locale. Anche alcune organizzazioni non governative e associazioni religiose hanno fatto pressione affinché si raggiungesse una tregua.
Se l'interesse dei media tradizionali per la crisi di
Bougainville è pressoché inesistente, anche via web è possibile ricavare
limitate informazioni. Amnesty
International ha creato un sito che raccoglie i rapporti annuali
di denuncia di abusi in seguito all'utilizzo di gruppi mercenari nella
risoluzione del conflitto. Alcuni osservatori e studiosi accademici
australiani e no hanno reso disponibili on-line articoli
e testimonianze dopo aver trascorso un periodo sull'isola durante
lo svolgimento della crisi. Gli archivi di storia del mondo (World
History Archives) hanno abilitato un sito web in cui sono
catalogati libri, manuali, pubblicazioni che ripercorrono le tappe della lotta
per la libertà del popolo indigeno dell'isola. Il sito Bougainville Update si
occupava di aggiornamenti sulle notizie correnti dell'isola, ma non risulta più
attivo, mentre il movimento
di liberazione per Bougainville , coordinato dall'Australia,
fornisce documentazioni ed articoli che evidenziano le conseguenze
dell'ecocidio dovute all'estrazione del rame.
Altre informazioni possono essere reperite sui siti Pacific
Media Watch e Zmag