AMBIENTE
Il pianeta da salvare
IGNACIO RAMONET- il manifesto 24/08/02


AJohannesburg, in Sudafrica, si tiene da oggi al 4 settembre il vertice mondiale sullo sviluppo sostenibile. È un evento di grande importanza, che vedrà riunito il più gran numero, da dieci anni a questa parte, di capi di stato e di governo, e circa 60.000 partecipanti provenienti da più di 180 paesi. Insieme, cercheranno di trovare una risposta alle questioni più gravi che coinvolgono l'intera umanità: come preservare l'ambiente? come sradicare la povertà? come salvare il nostro pianeta? Perché la terra sta male, molto male. Tuttavia, la diagnosi dei problemi più gravi che la affliggono era stata fatta dieci anni fa, a Rio (Brasile), durante il primo vertice per la terra. Già allora era stato lanciato il segnale d'allarme: il clima si fa sempre più caldo, l'acqua dolce sempre più rara, le foreste si diradano, decine di specie viventi sono in via di estinzione, la povertà affligge oltre un miliardo di esseri umani... Allora, i capi mondiali avevano ammesso che "la causa principale del degrado continuo dell'ambiente è uno schema di consumo e di produzione non sostenibile, in modo particolare nei paesi industrializzati, è tanto più preoccupante in quanto aggrava la povertà e le diseguaglianze". Erano state adottate due convenzioni decisive per il cambiamento climatico e la biodiversità, oltre a un piano - chiamato Agenda 21 - per diffondere su larga scala uno sviluppo sostenibile. Questo progetto si basa su un'idea semplice: lo sviluppo è sostenibile se le generazioni future erediteranno una qualità ambientale almeno eguale a quella delle generazioni precedenti.

Lo sviluppo presuppone l'applicazione di tre princìpi: il principio di precauzione, che favorisce un approccio preventivo piuttosto che riparatore; il principio di solidarietà tra le generazioni attuali e future, e tra tutti i popoli del mondo; il principio di partecipazione dell'insieme degli attori sociali ai meccanismi decisionali. Dieci anni dopo, in molti settori, le cose non sono migliorate. Al contrario. Con l'accellerazione del processo di globalizzazione liberista, lo "schema di consumo e di produzione non sostenibile" si è addirittura rafforzato. Le ineguaglianze hanno raggiunto livelli mai conosciuti nemmeno ai tempi dei faraoni. Le fortune dei tre uomini più ricchi del mondo oltrepassano la ricchezza accumulata dalla totalità degli abitanti dei 48 paesi più poveri. Sono aumentati anche i danni ecologici prodotti dalla parte ricca del mondo sulla biosfera. Benché i trenta paesi più sviluppati rappresentino solo il 20% della popolazione mondiale, essi producono e consumano l'85% dei prodotti chimici sintetici, l'80% delle energie non rinnovabili ed il 40% di acqua potabile. Inoltre, le loro emissioni di gas ad effetto serra per abitante sono dieci volte maggiori rispetto a quelle dei paesi del Sud.

Durante l'ultimo decennio, le emissioni di anidride carbonica (CO2), che sono la causa principale del riscadamento del clima, sono aumentate del 9 per cento. Solo quelle degli Stati uniti, primo paese inquinante del pianeta, sono aumentate, nello stesso periodo, del 18%! Oltre un miliardo di persone continuano a essere prive di acqua potabile, e circa tre miliardi (la metà dell'umanità) bevono acqua di qualità scadente. Circa 30.000 persone muiono quotidianamente a causa del consumo di acqua inquinata. Ovvero un numero che supera di dieci volte - ogni giorno - il numero di vittime dei terribili attentati dell'11 settembre 2001. Le foreste sono continuamente devastate; 17 milioni di ettari spariscono ogni anno - un territorio grande quattro volte la Svizzera. E siccome vi sono sempre meno alberi che assorbono la quantità di anidride carbonica in eccesso, l'effetto serra e il riscaldamento del pianeta si aggravano.

Inoltre, ogni anno circa 60.000 specie di animali vengono sterminate. Si minaccia un'estinzione massiccia - 13% di uccelli, 25% di mammiferi, 34% di pesci -, come la Terra non ne aveva più conosciute dopo la sparizione dei dinosauri. Il che trasmette l'idea dell'immensa speranza che è riposta nel vertice di Johannesburg. Speranza che potrebbe essere delusa se gli egoismi nazionali, la logica produttivistica, lo spirito mercantile e la legge del profitto dovessero avere la meglio. Com'è accaduto lo scorso giugno a Bali, in occasione della conferenza preparatoria, che non è riuscita ad adottare un piano d'azione sullo sviluppo sostenibile e si è conclusa con un fallimento. Per salvare il pianeta, è indispensabile che i potenti di questo mondo adottino, a Johannesburg, almeno sette decisioni fondamentali: 1) un programma internazionale a favore delle energie rinnovabili, incentrato sull'accesso dei paesi del Sud all'energia; 2) l'impegno a consentire l'accesso all'acqua ed il suo rifornimento con l'obiettivo di ridurre di metà, da qui al 2015, il numero di persone private di questa risorsa vitale che è un bene comune dell'intera umanità; 3) delle misure per proteggere le foreste, come previsto dalla convezione sulle biodiversità adottata a Rio nel 1992; 4) delle risoluzioni per definire uno schema di legge che istituisca la responsabilità ecologica delle imprese e che affermi nuovamente il principio di precauzione come condizione preliminare di ogni attività commerciale; 5) delle iniziative per subordinare le regole dell'Organizzazione mondiale del commercio (Wto) ai principi delle Nazioni unite sulla protezione degli ecosistemi e alle norme dell'Organizzazione internazionale del lavoro (Oil); 6) dei regolamenti per ottenere che i paesi sviluppati s'impegnino a devolvere almeno lo 0,7% della loro ricchezza all'aiuto pubblico allo sviluppo; 7) delle direttive per annullare il debito dei peasi poveri.

Gli uomini, distruggendo il mondo naturale, hanno reso la Terra sempre meno vivibile. Il vertice di Johannesburg deve invertire le tendenze che possono condurre ineluttabilmente alla totale catastrofe ecologica. Questa è la sfida principale dell'inizio del XXI secolo. Altrimenti, lo stesso genere umano sarà minacciato di estinzione.

Ignacio Ramonet

(Questo articolo è stato pubblicato come editoriale sul numero di agosto di Le Monde Diplomatique-Francia)