AMBIENTE MALATO
Ma non chiamatele calamità "naturali"
GIANNI MORIANI- il manifesto 20/08
Tra il 1985 e il 1999, in tutto il pianeta le sole alluvioni
hanno provocato circa un terzo del totale delle perdite
economiche, la metà dei morti e il 70% dei senza tetto da
calamità "naturali". L'Onu aveva proclamato gli anni
Novanta "decennio internazionale per la riduzione delle
calamità naturali" per ridurre i danni che arrecano alle
comunità. Invece, gli anni Novanta - ha scritto Janet N.
Abramovitz del Worldwatch Institute - passeranno alla storia come
"decennio internazionale delle calamità": mai prima
d'ora il mondo aveva subito danni così ingenti a causa di
inondazioni, uragani, terremoti, incendi. La maggior parte dei
disastri attribuiti a cause naturali, sono però il prodotto di
comportamenti ecologicamente devastanti e di scelte politiche
sciagurate. Molti ecosistemi sono stati compromessi al punto tale
da perdere sia la capacità di recupero sia la possibilità di
far fronte alle avversità della natura aggravate dall'effetto
serra, aprendo così la strada alle "calamità
innaturali", vale a dire a quelle innescate dai sempre più
dissennati comportamenti umani. Il fiume Yangtze in Cina è la
dimostrazione delle conseguenze generate dalla cancellazione di
vitali ecosistemi: le alluvioni del 1998 hanno provocato più di
4mila vittime, colpendo 223 milioni di persone e inondando 25
milioni di ettari di terre coltivate, con danni per oltre 36
miliardi di dollari. Le intense piogge estive sono piuttosto
comuni alla Cina meridionale e sono spesso seguite da alluvioni,
ma nel 1998, quando le acque continuarono inusitatamente a
salire, apparve chiaro che, al di là dell'eccezionale violenza
delle precipitazioni, erano entrati in gioco altri fattori. Uno
sicuramente era costituito dalla deforestazione: nei decenni
precedenti, l'85% della copertura forestale del bacino dello
Yangtze era stato distrutto per ricavarne legname e nuovo suolo
agricolo, ma privando al tempo stesso quel bacino fluviale dello
scudo protettivo che la vegetazione oppone alle piogge,
consentendo alla terra di assorbirne l'acqua. A ciò va aggiunto
che i naturali meccanismi di controllo dello Yangtze erano stati
compromessi da numerosi argini, dighe e bonifiche, che avevano
colmato di terra o prosciugato la maggior parte delle zone
paludose e i laghi in grado di svolgere, in condizioni normali,
la funzione di spugne naturali. Infine, le pianure, un
tempo libere e aperte, erano state invase da fitti insediamenti
umani e non potevano più accogliere masse d'acqua in eccesso.
Questi interventi avevano ridotto la capacità del bacino idrico
naturale di assorbire le piogge, facendo così aumentare
velocità e gravità dell'inondazione.
Un'altra dura lezione, su quanto sia dannoso considerare il
flusso naturale dei fiumi come condizione patologica, è stata
impartita, nel 1993, dalla grande alluvione causata dal
Mississippi e Missouri: disastro senza precedenti per dimensione
e gravità nella storia degli Stati Uniti. E' bene ricordare che
quasi la metà dei 3.782 Km di lunghezza del Mississippi sono
stati artificializzati. L'analisi dei dati dimostra che negli
anni 1973, 1982 e 1993 i fenomeni alluvionali sono stati più
gravi di quanto non sarebbero stati senza gli interventi
strutturali di pesante ingegneria idraulica avviati nel 1927,
dopo una grave alluvione.
A posteriori, considerando che il fiume ruppe gli argini per
migliaia di chilometri, ci si accorse che le acque avevano
semplicemente reclamato la restituzione delle loro naturali aree
di espansione. L'alluvione del 1993 ha favorito un ripensamento
dei metodi con i quali affrontare la gestione dei grandi fiumi.
Una commissione federale di esperti ha raccomandato di non porre
più l'accento sugli interventi strutturali e d'ingegneria, ma di
orientarsi invece verso il ripristino e l'attenta gestione delle
piane alluvionali. Il fiume, è stato detto, va considerato come
un ecosistema unitario complesso e non come la somma di autonomi
separati segmenti.
In un'altra parte del globo, e precisamente nel Bangladesh,
nell'estate del 1998 si verificò la più grave alluvione del
secolo. Le acque non solo raggiunsero livelli mai visti a memoria
d'uomo, ma per mesi non accennarono a ritirarsi. Complessivamente
1.300 persone persero la vita, 31 milioni rimasero senza casa e
16mila km di strade furono gravemente danneggiati. A provocare
l'alluvione furono sicuramente le grandi piogge che si
abbatterono sul versante nepalese e indiano dell'Himalaya
settentrionale. Ma un'altra ragione per la quale tanta parte del
Bangladesh è stata sommersa va individuata nel sistema di argini
e contrargini, costruito negli ultimi 10 anni grazie al Flood
action plan. Queste strutture, infatti, trattengono le acque che
un tempo si espandevano nei campi fertilizzandoli e fornendo
nutrimento ai pesci. In conclusione, abbiamo da un lato i
contadini, abituati a considerare la maggior parte delle
alluvioni come benefiche, e dall'altra parte ingegneri ed enti
erogatori di finanziamenti che tendono invece a considerare
qualsiasi esondazione un problema da risolvere con soli mezzi
tecnici.
Mettendo gli occhi sul centro Europa emerge, ad esempio, che le
esondazioni del Reno sono diventate sempre più gravi a causa
della "ingegneristica" gestione del fiume: a Karlsruhe,
tra il 1900 e il 1977 le sue acque avevano superato il livello di
guardia solo quattro volte, ma tra il 1977 e il 1995 il fenomeno
si è ripetuto ben 10 volte. A una verifica, è emerso che il
Reno aveva subito interventi di modifica nel 90% del suo corso
superiore, tanto che oggi la sua portata è raddoppiata, con il
risultato che le alluvioni si ripetono con frequenza ed
estensione sempre crescenti. Solo recentemente, le autorità
tedesche e olandesi, presa coscienza degli errori compiuti, hanno
avviato un programma per restituire al fiume le sue naturali aree
di espansione, capaci di laminare significativamente le piene.
Nell'analisi delle cause degli attuali disastri provocati dalle
esondazioni di Danubio, Moldava ed Elba, nel cuore della vecchia
Europa, è stata posta una grande attenzione solamente
sull'effetto serra, ma stranamente poco è stato detto sul
malgoverno del territorio e sulla pessima gestione dei bacini
fluviali; quasi nulla poi sulle gravi conseguenze che tale evento
produce in un'area fortemente antropizzata, come questa
mitteleuropea, disperdendovi sostanze tossiche accumulate in
discariche, depositi chimici e di combustibili fossili. Nella
stampa tedesca ne ha fatto solo un breve cenno Manfred Schafers,
sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung del 16 agosto.
Mentre, quando l'acqua si sarà ritirata nel letto dei fiumi e il
fango sarà stato tolto dalle strade e dalle case delle città,
si porrà con forza l'esigenza di procedere a una
"rinaturalizzazione" dei criteri di urbanizzazione e di
gestione dei fiumi.
A furia di distruggere foreste, arginare fiumi, costruire dighe,
bonificare paludi, edificare su terreni esondabili,
impermeabilizzare i suoli e destabilizzare il clima, stiamo
allentando le maglie della complessa e salda rete di sicurezza
ecologica che la natura si era data. Dopo tante distruzioni, in
ore nelle quali si fanno i conti dei danni provocati dai fiumi,
non si può dimenticare che un euro investito nella prevenzione
consente, mediamente, di risparmiarne sette nella ricostruzione
post-disastro.