L'ora dei forconi

Da domenica notte (8 dicembre) è stato proclamato "l'inizio della fine del mondo". Ovunque si sono radunati gruppi di manifestanti, picchetti, cortei, presidi, ecc. In genere poche persone in ogni raggruppamento, ma nel totale certamente molte. Di fatto il blocco è riuscito, l'Italia bottegaia "s'è desta". Programmi: niente. Parola d'ordine: "mandiamo a casa i politici". Poco altro. Fiancheggiatori: fascisti, ultrà del calcio, centri sociali, studenti, qualche sinistro di passaggio. Insomma, il popolo. Molteplici coordinamenti. In alcuni casi prove riuscite di efficienza organizzativa, in altri il caos. La crisi morde tutte le classi man mano si allunga e si aggrava. La piccola borghesia scoppia di rabbia, ha qualcosa da perdere e diventa radicale. Il proletariato per adesso non conquista la piazza. Da una parte è precario, schiavizzato e tenta lotte disperate. Dall'altra è paralizzato dal terrore di perdere il lavoro. Perciò via libera, per adesso, a coloro che percepiscono come prospettiva terrificante quella di essere espropriati. E imprecano contro i "colpevoli" che "annientano" le loro aspirazioni. Per una curiosa coincidenza l'8 dicembre è anche l'anniversario del tentato "Golpe Borghese", i cui protagonisti confluirono nel sottobosco della P2, ricettacolo di rappresentanti delle mezze classi.  (n+1)


Un fantomatico “Coordinamento nazionale per la rivoluzione” attraverso Facebook 09.12.13 ha indetto per lunedì prossimo una manifestazione di protesta in tutta Italia rivolgendosi in modo particolare agli ambulanti, ai negozianti, agli autotrasportatori e ad altre categorie «invitando il popolo italiano alla ribellione».

In molti negozi e in tanti mercati rionali del Piemonte sono apparsi volantini per la mobilitazione. Dietro a questi “rivoluzionari”, come risulta da Facebook, ci sono “i forconi” che già avevano fatto parlare di sé in Sicilia e altre sigle consimili.

Nei giorni scorsi a San Mauro Torinese si è svolta un’affollata assemblea dei promotori dell’iniziativa nel corso della quale il presunto leader, tale Danilo Calvani, contadino di Latina, ha rivendicato «la costituzione di un governo temporaneo magari con una figura militare di riferimento».

È di ieri l’adesione al “Coordinamento dei rivoluzionari” del gruppo di estrema destra “Forza Nuova”, fondata dall’ex terrorista di “Terza Posizione”, Roberto Fiore, già latitante a Londra e rientrato in Italia qualche anno fa durante il governo Berlusconi.
“Forza Nuova” vanta oltre che legami con gruppi di nostalgici del fascismo anche con i fondamentalisti cattolici che fanno la guerra all’attuale pontefice.

Su segnalazione dell’associazione commercianti pervenuta in questura risulta che stamane, venerdì 6 dicembre, in numerosi negozi della città si sono presentate alcune persone qualificatesi come agenti di polizia in borghese le quali hanno invitato gli esercenti a tenere lunedì prossimo le saracinesche abbassate onde evitare tafferugli.

L’ANPI denuncia alle autorità competenti questo stato di cose e invita tutti gli antifascisti e i democratici a respingere con fermezza le iniziative illegali messe in atto da questi provocatori invitando tutte le Sezioni del Piemonte dell’ANPI a vigilare e soprattutto a svolgere un’azione di denuncia e di informazione della cittadinanza.

 

La Presidenza ANPI Regionale del Piemonte
Diego Novelli  

 


Paolo Ferrrero

Un'analisi critica del movimento dei Forconi


 


 

Riflessioni a caldo sul discorso del Primo Ministro in occasione del voto di fiducia

Mentre a destra e a manca si continua a discutere dei forconi e delle loro bandiere tricolore, zitto zitto, buono buono (mica tanto) Enrico Letta detta l’agenda che dovrebbe trasformare il volto del nostro paese conducendolo, a tappe forzate, verso la “modernità”.

http://www.clashcityworkers.org/documenti/analisi/1196-una-storia-gia-letta.html

 

 

http://www.esseblog.it/alessandro-feretti/dentro-lincendio-di-torino.html

http://www.sindacalmente.org/content/perdere-casa-e-sfratti-programmi-ca...

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i_ribelli_senza_leader_griseri_13-12-13.pdf 1.75 MB
qui_lepicentro_della_protesta_perche_manghi_12-12-13.pdf 305.22 KB
linvisibile_popolo_dei_nuovi_poveri_revelli_manifesto.doc 34.5 KB
crisi_di_rappresentanza_airaudo_13-12-13.pdf 522.52 KB

 

 

13/12/2013- tuttalacittàneparla radio3rai
Non solo forconi: la protesta continua

Andrea Zunino, portavoce del coordinamento 9 dicembre  
Salvatore Corizzo,studia giurisprudenza alla Sapienza di Roma ed è membro di Ateneinrivolta, ha partecipato ieri alla manifestazione ed è testimone degli scontri con la polizia   
Marco Revelli, insegna Scienza della politica all’ Universita’ del Piemonte Orientale, il suo ultimo libro e’ Finale di partito (Einaudi 2013)
Mauro Magatti, insegna Sociologia della globalizzazione alla Cattolica di Milano
Aldo Bonomi, sociologo, fondatore di Aaster. Il suo ultimo è Il capitalismo (in)finito. Indagine sui territori della crisi (Einaudi 2013)
Piergiorgio Corbetta, politologo, direttore delle ricerche dell’Istituto Cattaneo

http://www.radio3.rai.it/dl/radio3/programmi/puntata/ContentItem-56f2bcc3-1f01-4a46-98cb-ce6ced67f26e.html audio

 

 

da facebook

Dopo quanto accaduto in questi giorni credo che chiunque sia in possesso di un poco di onestà intellettuale non possa non riconoscere che qualcosa in noi è cambiato. Abbiamo capito che c'è un malessere enorme che tocca chiunque, un tuo amico, un tuo vicino, uno che lavorava per te. Che basta un nulla per ritrovarsi su barricate opposte. Che un giorno, forse vicino, potremmo non riconoscerci più. Che non è Berlusconi a dividerci, ma la perdita delle certezze su cui avevi fondato la tua vita.
Forse lo sapevamo già ma non lo volevamo vedere. E' stato un po' come perdere l'innocenza. Nessuno potrà più dire di non sapere o di non avere capito.
Davanti al comune ho visto anche persone di fronti opposti che dopo essersi parlata si lasciava stringendosi la mano. Don Ciotti a Pinerolo spiegava che da tutto questo si esce stando assieme e questo comporta "cercarsi e non aspettarsi". Penso sia giunto il momento di farlo.

 

 

18 dic 2013

 

Forconi, la protesta sottotono a Roma
Solo in tremila, cori e duri slogan foto

Video Piazza del Popolo semivuota / RNews

 

 

assemblea generale alpcub

L'Assemblea Generale 2013 si è TENUTA SABATO 14 ORE 14,30-18.30
presso il Circolo Stranamore.

AUDIO

RELAZIONE   DIBATTITO/A      DIBATTITO/B  

riforma

 

 


renzi

http://www.lospiffero.com/cronache-marxiane/il-trionfo-di-renzi-14032.html

 

Se Bersani univa, in modo quasi schizofrenico, un linguaggio da cooperativa anni Settanta con la supina accettazione delle leggi del mercato presentate come destino insindacabile, in Renzi non vi è nemmeno più la maschera ideologica: il capitale parla apertamente, senza giri di parole, facendo esplicitamente mostra di sé nel patetico linguaggio neoliberista del “rottamatore”. Di diritti sociali, tutela per gli esclusi, difesa del lavoro non v’è nemmeno più traccia verbale nei vuoti discorsi di Renzi (si potrebbe con diritto parlare, in termini hegeliani, di “vuota profondità”). È il discorso del capitalista che ormai apertamente si esibisce anche a sinistra, rivelando l’ormai avvenuta colonizzazione dell’immaginario da parte del capitale.

 


Cronache- la stampa

Forconi, annullata la manifestazione
di Roma: il movimento si spacca

Salta il presidio in piazza del Popolo: «Evitiamo le strumentalizzazioni»
 

Decine di militanti del movimento di estrema destra Casapound, la maggior parte dei quali con la felpa nera, il cappuccio sulla testa e il volto irriconoscibile, dipinto dei colori della bandiera italiana, ha preso d’assalto ieri mattina la sede della rappresentanza dell’Unione europea a Roma

roma

È ormai ufficiale la spaccatura tra i Forconi, tra i promotori del Coordinamento 9 dicembre. Non si farà più la manifestazione nazionale a Roma, mercoledì prossimo. Anche se si sarebbe trattato di un presidio «statico» in piazza del Popolo, è prevalsa la preoccupazione che questa manifestazione diventasse un pretesto per consentire ai violenti, come la squadraccia di CasaPound che sabato ha tentato di occupare la rappresentanza della Ue in Italia, di strumentalizzare il presidio stesso. E, dunque, per evitare strumentalizzazioni e provocazioni i Forconi hanno deciso di annullare la manifestazione nazionale a Roma. 

 

In un comunicato reso pubblico da Verona, il Coordinamento a stragrande maggioranza prende le distanze dalla proposta caldeggiata dal Forcone che viaggia in Jaguar, Danilo Calvani, e annuncia che il presidio romano di mercoledì é annullato «per il rischio di degenerare in questione di ordine pubblico». 

Annunciano nel comunicato sottoscritto individualmente da Mariano Ferro a Lucio Chiavegato, da Renzo Erbisti ad Eugenio Rigodanzo, Giorgio Bissoli, Giovanni Zanon, Augusto Zaccardelli, Gaetano Montigo e Giovanni Di Ruvi, che «si dissociano da ogni azione o iniziativa intrapresa dal signore Danilo Calvani e dalle persone che a lui fanno riferimento». 

 

Questo non significa che si va a casa. Che le proteste sono state archiviate. Il coordinamento rilancia la mobilitazione sul territorio, suggerendo presidi, assemblee e volantinaggi.nsperando, forse, che nel frattempo palazzo Chigi, il governo si ricordi che un pezzo del Paese che soffre, devastato dalla crisi, si sono svegliati.  

 

 

il manifesto 12 dic 2013

 

 

Lavoro e under 35, l’allarme dell’Istat:
circa 4 milioni non studiano né lavorano

I neet (not in education, employment or training) tra i 15 e i 34 anni
sono aumentati di oltre 300.000 unità rispetto al terzo trimestre del 2012

 

povertà

Il governo ha stanziato 120 milioni per allargare la sperimentazione della carta acquisti. Ma una cifra così ridotta per una platea così ristretta non costituisce certo l'atteso arrivo anche in Italia di quella garanzia di reddito per i poveri che esiste in quasi tutti i paesi Ue

120 milioni in tre anni per allargare un po' la sperimentazione della nuova carta acquisti destinata alle famiglie povere assolute (Isee non superiore a 3.000 euro) con figli minori. Una sperimentazione già avviata nei 12 capoluoghi di provincia e, utilizzando i fondi europei, negli ambiti territoriali delle tre regioni meridionali. Uno stanziamento così ridotto per una platea così territorialmente e categorialmente ristretta non può essere certo annunciato come il lungamente atteso arrivo anche in Italia di quella garanzia di reddito per i poveri che esiste in quasi tutti i paesi Ue, oltre che in diversi paesi Ocse. L’esiguità dello stanziamento appare quasi una beffa, a fronte dei miliardi (almeno 4) impegnati per compensare l’eliminazione dell’Imu sulla prima casa per quest’anno, e che ancora non sembrano bastare del tutto.

Le stime più conservative, incluse quelle della commissione di esperti istituita dallo stesso ministro Giovannini, valutano che, per coprire almeno la metà del gap tra il reddito disponibile e la soglia di povertà assoluta alla totalità dei poveri, occorrerebbero tra il miliardo e il miliardo e mezzo circa all’anno. Nonostante gli sforzi del ministro Giovannini e della viceministra Guerra, il governo delle ex larghe intese onora gli impegni presi solo verso una parte del paese e della sua (ex) maggioranza.

http://sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Reddito-minimo-la-beffa-del-governo-21196

 

 

 

DOV'è IL 'PARTITO OPERAIO'? > http://www.operaicontro.it/?p=9755716075

 
Molti soggetti hanno partecipato alle agitazioni di piazza in questi giorni e non sono arroganti, non fanno il saluto fascista, non vogliono spaccare tutto, non sono bombaroli. Non sarebbe giusto attribuire a tutto un movimento esasperazioni ed estremismi che compaiono ogni qualvolta una diffusa sofferenza sociale alza la testa e si solleva oltre la subordinazione quotidiana. Bisogna saper vedere, secondo me, e vedere significa distinguere, non generalizzare per far quadrare a tutti i costi le proprie convinzioni. I perbenismi col tricolore dei sindaci alle fiaccolate nichelinesi, nei manifesti del pd torinese, alle rotonde del pinerolese sono ridicoli. Sembra di leggere i comunicati della Fiat e dei quarantamila che nel 1980 chiedevano a Novelli di aprire i cancelli.
E' stato arrestato un leader di Casa Pound e con questa notizia liberatoria e "rivelatrice" del segreto di Pulcinella (ragazzi, pensate che i fascisti stiano a guardare e ad aspettare l'esito dei vostri comodi seminari da democrazia del tinello?) non si annulla il doppio uppercut subito: 1) L'agitazione è interclassista e non diretta dai simboli e dai colori della classe operaia, che si sgrida perchè non partecipa alle messe cantate. Ma per partecipare alle liturgie bisogna essere credenti e molti operai sono usciti dalla chiesa senza aspettare l'ite missa est. 2) L'agitazione è dichiaratamente apolitica, ma è guidata da una radicale richiesta politica: tutti a casa. Ma veramente pretendiamo di tenere nella nostra "normalità democratica" quattro milioni di giovani che non lavorano nè studiano, senza offrire loro una credibile prospettiva di lotta abbinata a una politica capace di buoni esempi (che vanno dati e non chiesti)? Sono contro la ricerca di capri espiatori quando viene da destra (zingari, parlamentari, extracomunitari). Figuriamoci come posso sopportare lo stesso esercizio con scorciatoie che allungano e annesso autoinganno quando viene proposto a sinistra. Ciao

 

 

 

 
Ieri sono uscito dalla fabbrica insieme ad altri compagni. L'obiettivo era presenziare al presidio antifascista contro alcuni contenuti della manifestazione dei forchettoni. Forse era meglio aspettare, forse ci ha colto un'isteria da complotto eversivo della destra, cose da salotto progressista(solo all'estero la rivolta è giusta). Però i movimenti e le persone in movimento a Pinerolo, francamente, non fanno parte della mia storia... Quindi ho fatto bene ad uscire. Discorso a parte merita (forse) il ribellismo e la collera visti nelle piazze torinesi. Ci vorrà del tempo per amalgamare il tutto in modo leggermente differente.. Speruma! Buona serata

 

 

 
PICCOLO PROBLEMA PER I FORCONI
Commercianti, artigiani, autotrasportatori: dopo un giorno di blocco si chiederanno a che cosa è servito. Proseguiranno a oltranza, visto che la rivoluzione è una pratica più lunga? Quelli che si muovono una volta ogni tanto quando vengono colpiti non sono in grado di fare nessuna rivoluzione. Per tentare una rivoluzione occorre dimostrare nel tempo che si comprendo...no, ascoltano e sostengono anche le rivendicazioni degli altri. E si fanno alleanze attorno a un programma che seleziona gli obiettivi più importanti e più condivisi. Del che non c'è traccia. Per ora solo negozi minacciati e disordini in piazza Castello.
A None l'evento ha avuto un esito particolare e strano. L'influenza politica della destra non si è vista, ma quasi tutti i negozi e i bar sono chiusi. La sinistra (precisiamo: il Pd) teme i fascisti, le minacce e i picchetti al Mercatò. Fascisti e minacce, vade retro. Picchetti di lavoratori in sciopero ai grandi centri commerciali per strappare contratti più sicuri, magari. Sarebbe ora, invece. E' sempre tardi. Se la sinistra resta immobile, gli spazi del malcontento e della protesta vengono occupati dalla destra. E' una legge fisica.
Ripeto: le confederazioni sindacali dovrebbero dichiarare uno sciopero generale per un piano di lavoro giovanile, per un fisco equo a favore dei salari che se restano bassi impediscono la ripresa economica, per un massimo di 5mila euro a pensioni e stipendi e per un minimo di mille euro a stipendi e a pensioni. Unità dei lavoratori dipendenti e autonomi, italiani e stranieri. Democrazia, solidarietà, uguaglianza sociale.

 


 
Come tanti, come tutti, ho subito in questi giorni disagi e fastidi legati alla mobilitazione dei cosiddetti forconi. Una rottura “descrivibile”, qui e in tutta Italia, perché vissuta da centinaia di migliaia di persone. Insomma, sappiamo di cosa si tratta. Ma assieme a tutto questo, sono stato attraversato anche da una strana mescola di dubbio, di sospetto e anche di fastidio. Ai sentimenti non si comanda, te li trovi addosso, e puoi solo fare un tentativo di decodificazione.
Cominciamo dalla questione dei metodi della protesta e della democrazia.
La maggior parte dei miei amici su FB credo e spero che qualcosa ricordi di picchetti davanti a fabbriche e scuole. Caspita, erano “picchetti democratici” allora e non lo sono più adesso? Perché solo i blocchi a Genova e in altre parti d’Italia da parte degli operai hanno avuto (giustamente) il nostro plauso? Esiste una priorità ontologica per cui solo un salariato di fabbrica ha diritto ad essere incazzato?
Poi, guardate, ci sta tutto: molti tra i manifestanti sono elettori di Lega e FI. Vedo contadini , qui in valle, che fanno pagare ancora adesso, a tutti, il proprio ingrassamento grazie all’evasione. Ci sono tanto padroncini e pochi dipendenti, tanti proprietari e non vedo salariati, negozianti e non commesse/i. Cripto-razzisti che pensano che i loro guai dipendano dagli extracomunitari e non dal capitalismo iper-liberalizzato. A Torino scorrazzano ultras il cui merito, secondo alcuni, è quello di fare casino contro tutto. Una rabbia generica, tracimante, informe, cieca. C’è anche spaccia il disprezzo delle più semplici regole di con-vivenza per lotta di classe. C’è l’orribile destra del “Giornale” che guarda soddisfatta il casino. Ci sono le procure immobili, mentre un no-tav si becca un’accusa di sovversione appena fiata. C’è l’insopportabile esercito mediatico del “si vergogni!”. C’è media borghesia, oggi in parte semi-proletarizzata, che vede sfilare via i privilegi su cui ha campato per decenni, che disprezza gli statali che non fanno un cazzo, l’articolo 18 che tutela solo gli operai, i lacciuoli statalisti che frenano la libertà di arricchimento. Tutto questo è vero, assolutamente vero. Ma mi sbalordisce l’impeto legalitario (invocare le ruspe mi sembra politicamente un’idiozia, sia tattica che strategica) e il consueto scatto – immediato, inerziale – dietrologico: dietro TUTTO questo c’è il Berlusconi cacciato dal parlamento, i fascisti, i golpisti…mah…siamo così sicuri? credo che nello spazio VUOTO della sinistra, effettivamente, si stia infilando e infiltrando la destra e le diverse forme di turbo-populismo. Ma allora, invece di invocare il “pugno di ferro” e di richiamare incessantemente, come Alfano, il “piano eversivo” dei manifestanti, non converrebbe mettere le mani in questo magma, provare a capire cosa lo agita, cercare di esercitare egemonia, cioè dare forma politica all’informe? Non è una proposta, non ci sto capendo nulla…è solo un dubbio… f.



Valter Careglio- facebook
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    Art. 16 Costituzione della Repubblica italiana
    Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza.
    Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche.
    Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.
    ...
    Sono stato a Torino ieri: la gente manifesta; come qualsiasi corteo da sempre, passa, le auto si fermano, e, quando se ne va, ripartono e la vita continua. Perché loro hanno tutto il diritto di manifestare ma non hanno alcun diritto di ledere il mio diritto alla libera circolazione e anche a dissentire dalla loro protesta perché - sia chiaro - questa gente non mi rappresenta proprio! Lo stato d'assedio che ha vissuto in questi giorni Pinerolo, il disagio creato agli studenti e ai lavoratori, non ha nulla a che fare con una protesta politica e lo si vede anche dal tenore dei discorsi di chi manifesta che mi evoca piuttosto i clima di qualche derby allo stadio. I nomi e i cognomi delle persone che hanno promosso questa protesta sono su tutti i network e ora mi aspetto che la magistratura faccia il suo lavoro: non pensate che se "Salvaciclisti" organizzasse una bella pedalata sulla tangenziale, come minimo si prenderebbe una bella multa?

Mario Dellacqua
12 dicembre
L'ASINISTRA
Non siamo fascisti nè comunisti, nè di destra nè di sinistra, siamo italiani e vogliamo che questi politici se ne vadano a casa. E poi? Poi boh (ma messi come siamo a sinistra c'è poco da ironizzare sulla mancanza di un progetto politico). Terrei ben presente queste parole di Luca Fazio sul Manifesto di ieri. Fotografano il risentimento dilagante che è il risultato di una sinistra governativa a tutti i costi, immobile e/o frantumata.


 

 

FORCONI, DUE PESI E DUE MISURE?

Mi sembra di avere il diritto di far sommessamente notare che nel pur lontano 1984, per un blocco stradale a sostegno dei lavoratori dell’Indesit, insieme con altri quattro amici dipendenti degli stabilimenti di None già allora in crisi, sono stato condannato a dieci mesi con la condizionale.
Il blocco stradale durò un’ora e mezza o due ore e consisteva in un vola...ntinaggio agli automobilisti di passaggio che effettivamente rallentò davvero il traffico. Le forze dell’ordine intervennero con efficiente celerità. Ci presero per la collottola, ci caricarono sul loro mezzo e poi ci scaricarono perché quel mezzo fu circondato dai lavoratori in sciopero che chiesero e ottennero la nostra liberazione.
Ma i carabinieri avevano le nostre generalità. La giustizia fece il suo corso e ci dettero quel che ci meritavamo.
Ora, le lotte sociali possono anche comportare momenti di rottura della legalità. Come ci ricorda ogni tanto Gianni Alasia, le assemblee di fabbrica erano violazione di domicilio prima di entrare nei contratti e nello Statuto dei Lavoratori. Tuttavia, se si sceglie consapevolmente di sfidare la legalità infrangendola con gesti esemplari e dimostrativi, secondo me bisogna saperne sopportare le conseguenze sulla propria persona e bisogna saperne assumere la responsabilità.
Racconto il fatterello personale non per sollecitare ora sui forconi (che orribile termine!) una risarcitoria repressione fatta di manganelli, tintinnare di manette, processi e condanne. Semplicemente, vorrei condividere una riflessione che ho maturato fin dal luglio 1979 con i blocchi stradali dei metalmeccanici in lotta per il rinnovo del loro contratto nazionale. La riflessione è questa: l’incisività e l’efficacia delle lotte sociali non si misura con i danni inflitti all’utenza, ma con il consenso e le alleanze sociali che si riescono a costruire attorno ad obiettivi democraticamente condivisi (con comprensibile fatica) di equità sociale, di riforma fiscale progressiva, di riduzione dei privilegi e degli sprechi, di istruzione e di lavoro per i giovani, di salute e serenità per gli anziani.

 


 

Dunque , non c'era nessuna ragione di commuoversi . L'ha detto stamattina su radio 3 un dirigente del SAP , Sindacato Autonomo di Polizia . Fa parte della procedura operativa del servizio antisommossa , togliersi il casco ed appenderlo al cinturone , quando cessa il pericolo di attacchi dei provocatori che si insinuano nei cortei . E' un gesto di rilassamento e di distensione , previsto dai regolamenti di polizia , per fronteggiare i manifestanti in atteggiamento distensivo e conciliante , facendo intendere che, certo , siamo cittadini con pari dignità e con gli stessi problemi . La polizia è molto cambiata dai tempi di Scelba e sono cambiati pure i Carabinieri , Le Fiamme Gialle , sono dirette con più duttilità, strizzando l'occhio a sociologia e psicologia . Ma sono sempre forze dell'ordine , col compito di difendere, appunto , l'ordine istituzionale , quello vigente in quel momento storico . Per questo motivo non condivido la posizione di Grillo che invita a cambiare posizione ! Ognuno si assuma le proprie responsabilità . Primi fra tutti, quelli fra noi che , negli anni , non hanno avuto il coraggio di fare scelte , magari solo elettorali, coraggiose ed oggi ne pagano il prezzo . Sia chiaro , mi metto anch'io fra questi , per la mia parte di responsabilità . Tutti sappiamo quali sono le condizioni di vita e di lavoro delle forze di polizia . L'agente di polizia penitenziaria è più recluso dei carcerati che sorveglia ... Sappiamo che sono dipendenti pubblici , con contratti bloccati , turn-over bloccati , TFR bloccato per due anni e poi si vedrà ... Poliziotti e carabinieri ce ne sono di tanti tipi , come noi cittadini . Ci sono quelli della Diaz di Genova e ci sono quelli della scorta di Moro , di Falcone , di Borsellino ... c'è Boris Giuliano .... Salvo D'Acquisto , luminoso esempio di resistenza alla barbarie nazista ! Ognuno svolga il suo compito , senza strizzare l'occhio ai furbi , senza cedere al ricatto della"mediazione" al ribasso , senza indulgere ai luoghi comuni che ci hanno portato a questo punto . Questa classe politica è scandalosa , ma nessuno può negare che è lo specchio del Paese . In piazza dovevamo scendere a milioni quando hanno istituito il porcellum , foraggiato le banche ! Popolo del PD perchè non ti sei incazzato per lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena ? ..... o quando hanno salvato la Cancellieri ?

Comunque , tranquilli , adesso c'è Renzi ....

 

 

Un’ultima chance per il pinerolese?

 

Matteo Scali

E così da ieri nel pinerolese i tamburi di guerra hanno cessato di suonare – almeno temporaneamente – dalle valli alla città. Le rotonde sono state liberate, la circolazione è ripresa regolare e i rifornimenti sono arrivati ad aziende e distributori.

Il merito, questa volta, va a quegli amministratori locali che hanno saputo e voluto essere ponte tra le diverse esigenze, tra chi interpretava attraverso la sua protesta il senso di una misura colma e chi era preoccupato per le derive spesso non chiare che la mobilitazione poteva assumere.

Merito anche di chi ha saputo fermarsi, di fronte alla promessa fatta in prima persona da sindaci e assessori, di occuparsi delle questioni sollevate. «Abbiamo sbagliato modalità di protesta, ma dovevamo far sentire la nostra voce» hanno detto ieri sera poco prima dell’annuncio con cui si ritiravano dalla rotonde fino ad allora presidiate.

Tutto bene, quindi? La strada del dialogo vince e possiamo archiviare questa storia? Le campagne dove è (ri)nata la mobilitazione dei forconi in Piemonte, mentre nel resto d’Italia si moltiplicano occupazioni, blocchi e cortei, tornano al loro ritmo di sempre?

No, e tutti gli attori di ieri lo sanno bene. I problemi sollevati dalla molteplicità (ed eterogeneità) di persone scese in piazza in questi giorni restano e non sarà facile porvi rimedio, perché il territorio è allo stremo, la disoccupazione è alle stelle e si moltiplicano i fantasmi del passato industriale ed artigianale. E perché le istanze portate dalla maggior parte dei manifestanti sono reali.

Dove sta, allora, la vittoria, se di vittoria si può parlare? Il dato veramente nuovo è che questi giorni di conflitto hanno fatto emergere una chance, forse unica ed irripetibile, per il futuro di tutti. Hanno permesso a persone che normalmente non si sarebbero incontrate, di ritrovarsi sulla piazza, litigare, fischiare, esprimere la propria rabbia. Per ore, a Pinerolo di fronte al comune, i capannelli di persone di due presidi teoricamente contrapposti si sono confrontati su come uscire dal fango di questi mesi. Una discussione che forse mancava da anni e che poteva essere ben più dura.

E che dire della Val Pellice, dove i sindaci – dopo un’assemblea molto partecipata –  hanno raggiunto a piedi (con una camminata che ha del simbolico, dal Municipio di Luserna fino alla rotonda dove erano assiepati) i presidianti al ponte di Bibiana. Sono stati segnali importanti che non potevano non essere recepiti.

C’è una testimonianza su Facebook che racconta il senso di quanto avvenuto su quel ponte, nel quarto giorno di mobilitazione:

Più si discute, e più si riescono a trovare punti in comune. La rabbia si tramuta in interesse, e ogni parte cerca di spiegare le proprie motivazioni, e sempre meno di convincere l’altro. In alcuni gruppi non è facile distinguere le due parti. (…) Il tentativo di differenziare il “noi” dal“voi” va scemando con il passare del tempo e il diradarsi delle persone. I sindaci sono già andati via da un pezzo con la promessa di promuovere un incontro in giornata con i “forconi” («no, non siamo forconi, siamo un movimento spontaneo che presidia la rotonda di Bibiana!»). Gli ultimi gruppetti si stringono le mani, gelate dal freddo. I presidianti offrono un caffè a chi rimane, ma è per tutti tempo di andare. Saluti calorosi, e si cerca un posto caldo nel quale rintanarsi.

«Eravamo qui per farci ascoltare dai sindaci e ce l’abbiamo fatta – ci hanno detto gli organizzatori dei blocchi – ora vedremo come prosegue la discussione. Se i sindaci porteranno la nostra protesta in Prefettura, li accompagneremo. Se la Prefettura non ci ascolterà, ricominceremo la protesta».

Perché il “nemico” contro cui scagliarsi, e questo è stato chiaro a tutti, non risiede nella casa del vicino, ma in un “altrove” spesso neanche tangibile, lontano dal territorio ma che in esso si rispecchia. Non per nulla ieri, anche dopo le proteste di chi si spostava, i blocchi erano diventati più che altro presìdi informativi. «Abbiamo rotto le balle, e l’abbiamo capito – diceva un manifestante – ma più pulita di così la protesta non la potevamo fare. Mancavano solo i cioccolatini alle macchine».

Non a caso il modo con cui nelle quasi 30 ore di diretta in due giorni abbiamo scelto in radio di narrare questa vicenda è stato – per quanto possibile – limitato ai fatti: senza schierarsi, cercando di comprendere le ragioni e di permettere a tutti di esprimerle, raccontando la cronaca e non interpretandola senza il tempo per farlo. Rispettando il conflitto e le ragioni che lo muovono, da ovunque provengano. Non giudicando, ma provando ad essere uno strumento giornalistico al servizio del territorio.

 

 

Certo, altrove, nelle grandi città, le cose sono diverse e decisamente più complesse, anche da raccontare. Il pinerolese e le sue Valli non sono certo rappresentativi dell’intera vicenda dei “forconi” e dei suoi tratti più inquietanti. Ma quel che si può dire è che in questi giorni il territorio, con il sudore, il coraggio e la discussione, si è ritagliato un’occasione per non morire d’inedia, per non accantonare i problemi e per provare ad affrontarli in modo nuovo, così come fino ad ora la politica pinerolese non è riuscita a fare a causa delle sue divisioni e della sua mancanza di visione comune. Perché non è un mistero che questo territorio si vada progressivamente marginalizzando dal punto di vista economico e politico. E il merito, dunque, va a chiunque si sia sentito chiamato in causa.

Sarebbe però un errore pensare che si tratti di una chance in mano solo agli amministratori: riguarda tutti e tutte, perchè collettivamente si risanano le ferite e ci si deve prendere cura degli altri e delle altre. Tutti gli attori sono chiamati a fare la loro parte, anche alla luce di quel che è emerso in questi giorni, uscendo dalle proprie logiche, a volte novecentesche, a volte succubi e timide di decisioni più grandi, a volte provinciali nel senso deleterio della parola.

Perché questa è una chance che difficilmente si ripeterà e che se non verrà colta non lascerà più alibi a nessuno.

 

 

Non ho partecipato ad un numero cosi significativo, come avrei dovuto, di manifestazioni No TAV. Non mi nasondo dietro il classico dito. Le cronache le conosco anch'io. Però in quel caso c'è un obiettivo preciso, che io condivido, fermare la TAV, non sovvertire l'ordine democratico di questo Paese. Qui siamo di fronte alle prove, ripeto a mio giudizio al momento solo alle prove, di un golpe neofascista, populista di stampo peronista. Anch'io sono incazzato, ma sono un democratico antifascista, con tanti difetti lo so, ma in questi casi non ho dubbi. La storia insegna e nella città di Facta non dobbiamo avere dubbi e tentennamenti. (maurizio)p

 

 

L’invisibile popolo dei nuovi poveri

Torino è stata l’epicentro della cosid­detta “rivolta dei for­coni”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cer­carla, la rivolta, per­ché come diceva il pro­ta­go­ni­sta di un vec­chio film, degli anni ’70, ambien­tato al tempo della rivo­lu­zione fran­cese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sin­ce­ra­mente: quello che ho visto, al primo colpo d’occhio, non mi è sem­brata una massa di fasci­sti. E nem­meno di tep­pi­sti di qual­che clan spor­tivo. E nem­meno di mafiosi o camor­ri­sti, o di eva­sori impu­niti.
La prima impres­sione, super­fi­ciale, epi­der­mica, fisio­gno­mica – il colore e la fog­gia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muo­versi -, è stata quella di una massa di poveri. Forse meglio: di “impo­ve­riti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprat­tutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impo­ve­rito: gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
Le fasce mar­gi­nali di ogni cate­go­ria pro­dut­tiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sot­tili, oggi in rapida, forse ver­ti­gi­nosa espan­sione… Intorno, la piazza a cer­chio, con tutti i negozi chiusi, le ser­rande abbas­sate a fare un muro gri­gio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloc­cate da un fil­tro non asfis­siante ma suf­fi­ciente a gene­rare disa­gio, anch’essa presa dai pro­pri pro­blemi, a guar­darli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un fune­rale. E si pensa «potrebbe toc­care a me…». Loro alza­vano il pol­lice – non l’indice, il pol­lice – come a dire «ci siamo ancora», dalle mac­chine qual­cuno rispon­deva con lo stesso gesto, e un sor­riso mesto come a chie­dere «fino a quando?».

Altra comu­ni­ca­zione non c’era: la “piat­ta­forma”, potremmo dire, il comun deno­mi­na­tore che li univa era esi­lis­simo, ridotto all’osso. L’unico volan­tino che mostra­vano diceva «Siamo ITALIANI», a carat­teri cubi­tali, «Fer­miamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripe­te­vano era: «Non ce la fac­ciamo più». Ecco, se un dato socio­lo­gico comu­ni­ca­vano era que­sto: erano quelli che non ce la fanno più. Ete­ro­ge­nei in tutto, folla soli­ta­ria per costi­tu­zione mate­riale, ma acco­mu­nati da quell’unico, ter­mi­nale stato di emer­genza. E da una visce­rale, pro­fonda, costi­tu­tiva, antro­po­lo­gica estraneità/ostilità alla poli­tica.
Non erano una scheg­gia di mondo poli­tico viru­len­tiz­zata. Erano un pezzo di società disgre­gata. E sarebbe un errore imper­do­na­bile liqui­dare tutto que­sto come pro­dotto di una destra gol­pi­sta o di un popu­li­smo radi­cale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squa­dre. E i cul­tori della vio­lenza per voca­zione, o per fru­stra­zione per­so­nale o sociale. C’era di tutto, per­ché quando un con­te­ni­tore sociale si rompe e lascia fuo­riu­scire il pro­prio liquido infiam­ma­bile, gli incen­diari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il feno­meno. Non s’innesca così una mobi­li­ta­zione tanto ampia, diver­si­fi­cata, mul­ti­forme come quella che si è vista Torino. La domanda vera è chie­dersi per­ché pro­prio qui si è mate­ria­liz­zato que­sto “popolo” fino a ieri invi­si­bile. E una pro­te­sta altrove pun­ti­forme e selet­tiva ha assunto carat­tere di massa…

Per­ché Torino è stata la “capi­tale dei for­coni”? Intanto per­ché qui già esi­steva un nucleo coeso – gli ambu­lanti di Parta Palazzo, i cosid­detti “mer­ca­tali”, in agi­ta­zione da tempo – che ha fun­zio­nato come prin­ci­pio orga­niz­za­tivo e deto­na­tore della pro­te­sta, in grado di rami­fi­carla e pro­muo­verla capil­lar­mente. Ma soprat­tutto per­ché Torino è la città più impo­ve­rita del Nord. Quella in cui la discon­ti­nuità pro­dotta dalla crisi è stata più vio­lenta. Par­lano le cifre.

Con i suoi quasi 4000 prov­ve­di­menti ese­cu­tivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno pre­ce­dente, uno ogni 360 abi­tanti come cer­ti­fica il Mini­stero), Torino è stata defi­nita la “capi­tale degli sfratti”. Per la mag­gior parte dovuti a “moro­sità incol­pe­vole”, il caso cioè che si veri­fica «quando, in seguito alla per­dita del lavoro o alla chiu­sura di un’attività, l’inquilino non può più per­met­tersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si pre­an­nun­ciano, come ha denun­ciato il vescovo Nosi­glia, per gli inqui­lini delle case popo­lari che hanno rice­vuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro men­sili impo­sti da una recente legge regio­nale anche a chi è clas­si­fi­cato “incol­pe­vole” e che non se lo pos­sono per­met­tere.
“Maglia nera” anche per le atti­vità com­mer­ciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esi­stenti, 15 al giorno) in città, e 626 in pro­vin­cia (di cui 344 tra bar e risto­ranti). E’ l’ultima sta­ti­stica dispo­ni­bile, ma si può pre­sup­porre che nei mesi suc­ces­sivi il ritmo non sia ral­len­tato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Men­tre per le pic­cole imprese (la cui morìa ha mar­ciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiu­sure al giorno in Ita­lia) Torino si con­tende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “for­coni”) la testa della clas­si­fica, con le sue 16.000 imprese scom­parse nell’anno, cre­sciute ancora nel primo bime­stre del 2013 del 6% rispetto al periodo equi­va­lente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono por­tate al pre­fetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese arti­giane chiuse nella provincia.

E’, letta attra­verso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi suc­ce­du­tisi nella tran­si­zione all’oltre-novecento, tutta intera la com­po­si­zione sociale che la vec­chia metro­poli di pro­du­zione for­di­sta aveva gene­rato nel suo pas­sag­gio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fab­brica cen­tra­liz­zata e mec­ca­niz­zata nel ter­ri­to­rio, la dis­se­mi­na­zione nelle filiere corte della sub­for­ni­tura mono­cul­tu­rale, la mol­ti­pli­ca­zione delle ditte indi­vi­duali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo pro­dut­tivo auto­mo­bi­li­stico, le con­su­lenze ester­na­liz­zate, il pic­colo com­mer­cio come sur­ro­gato del wel­fare, insieme ai pre­pen­sio­na­menti, ai co​.co​.pro, ai lavori a som­mi­ni­stra­zione e inte­ri­nali di fascia bassa (non i “cogni­tari” della crea­tive class, ma mano­va­lanza a basso costo… Com­po­si­zione fra­gile, che era soprav­vis­suta in sospen­sione den­tro la “bolla” del cre­dito facile, delle carte revol­ving, del fido ban­ca­rio tol­le­rante, del con­sumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finan­zia­ria ha allun­gato le mani sul collo dei mar­gi­nali, e poi sem­pre più forte, e sem­pre più in alto.
Non è bella a vedere, que­sta seconda società riaf­fio­rata alla super­fi­cie all’insegna di un sim­bolo tre­men­da­mente obso­leto, pre-moderno, da feu­da­lità rurale e da jacque­rie come il “for­cone”, e insieme por­ta­trice di una iper­mo­der­nità implosa. Di un ten­ta­tivo di una tran­si­zione fal­lita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui ripro­po­sti in alto, nei gazebo delle pri­ma­rie (che pure dice­vano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei talk show tele­vi­sivi. E’ sporca, brutta e cat­tiva. Anzi, incat­ti­vita. Piena di ran­core, di rab­bia e per­sino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.

Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella sog­get­ti­vità”) del ciclo indu­striale, con il lin­guag­gio del con­flitto rude ma pulito. Qui la poli­tica è ban­dita dall’ordine del discorso. Troppo pro­fondo è stato l’abisso sca­vato in que­sti anni tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati. Tra lin­guag­gio che si parla in alto e il ver­na­colo con cui si comu­nica in basso. Troppo vol­gare è stato l’esodo della sini­stra, di tutte le sini­stre, dai luo­ghi della vita. E forse, come nella Ger­ma­nia dei primi anni Trenta, saranno solo i lin­guaggi gut­tu­rali di nuovi bar­bari a incon­trare l’ascolto di que­sta nuova plebe. Ma sarebbe una scia­gura – peg­gio, un delitto – rega­lare ai cen­tu­rioni delle destre sociali il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione con que­sto mondo e la pos­si­bi­lità di quo­tarne i (cat­tivi) sen­ti­menti alla pro­pria borsa. Un enne­simo errore. Forse l’ultimo.


Forconi figli della crisi e senza rappresentanza- avvenire 13dic2013
La protesta di questi giorni è un fenomeno dalle molte sfaccettature, che va analizzato e capito. In primo luogo, si tratta di un movimento che ha coinvolto gruppi sociali diversi: agli autotrasportatori si sono uniti lavoratori autonomi, disoccupati, studenti. Cioè quell’insieme variegato che ruota attorno all’ampia fascia di disagio sociale oggi presente nel Paese. In secondo luogo, è un fenomeno nazionale.
 
La protesta si è articolata in diverse città, dal Nord al Sud. Anzi, sono proprio alcune delle regioni meridionali a essere state maggiormente interessate. Un fatto inusuale, che non va sottovalutato. In terzo luogo, lo strumento di protesta, che non è il classico corteo che si conclude con un comizio o lo sciopero, ma il blocco delle reti di comunicazione (strade e ferrovie): non solo per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, ma anche per aggregare altre persone e aumentare il livello di tensione sociale. Infine, il ruolo dei social network: molti protestatari hanno saputo di quanto stava accadendo e sono scesi in piazza grazie a telefoni e computer, via Facebook o Twitter. Secondo un modello di mobilitazione istantanea che ormai caratterizza la protesta sociale contemporanea.
 
Certamente, come ha detto il premier Enrico Letta, chi protesta non rappresenta tutto il Paese. E tuttavia, si tratta di un fenomeno che non va sottovalutato: dopo cinque anni di crisi economica, il disagio sociale ha raggiunto i livelli di guardia. Consumata buona parte della ricchezza accumulata nei decenni precedenti, un’ampia parte della popolazione comincia a non farcela più: con i giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro e i padri che hanno una occupazione sempre più precaria – soprattutto quei milioni di lavoratori autonomi che tanta importanza hanno nell’economia italiana – la situazione si va ingarbugliando.

Questo grave stato di difficoltà si incista sulla crisi della rappresentanza sociale e partitica. Molte delle persone che stanno protestando non si sentono rappresentate da nessuno. Vuoi perché sono parte di quella ampia quota di popolazione che in Italia non è garantita; vuoi perché le associazioni della rappresentanza sociale, troppo corporative e burocratizzate, faticano ad ascoltare e incanalare verso le istituzioni le istanze sociali latenti. Ciò apre un varco dentro cui fenomeni come quelli di questi giorni hanno la possibilità di svilupparsi. La crisi della rappresentanza non riguarda solo la politica.
Per quanto riguarda i partiti, il discorso è più complesso.
 
Personalmente concordo con chi ritiene che il declino storico dell’Italia abbia a che fare con il fallimento della cosiddetta Seconda Repubblica. E che la distanza tra il Paese reale e il Paese formale sia una tendenza andata rafforzandosi nel corso di molti anni. Una distanza che, col tempo, ha sviluppato una fortissima carica antistituzionale. Gridare allo sfascio – che, certo, è stata una reazione all’immobilismo della politica – è stato un gioco praticato da molti.
 
Così, nel sistema politico abbiamo oggi due dinamiche tra loro molto diverse ma che rischiano di sommarsi. Da un lato ci sono forze politiche che, in modo differente, ammiccano a quanto sta accadendo nelle strade e nelle piazze del Paese. A partire da una considerazione inoppugnabile – nel Paese c’è un forte disagio che deve essere ascoltato e preso sul serio – c’è chi cerca di trarre un immediato profitto politico.
 
Nel caso di Beppe Grillo in modo spregiudicato e pericoloso: è il non distinguere tra le ragioni della protesta e l’uso della violenza il discrimine che il M5S in questi giorni ha incautamente superato. Nel caso di Forza Italia, con più attenzione e furbizia: i segnali distensivi nei confronti dei "protestanti" lanciati da esponenti di primo piano – come Silvio Berlusconi e Daniela Santanché – rivelano pur tuttavia un chiaro intento politico. La sinistra appare lontanissima dall’humus sociale che fa da retroterra a quanto accade in questi giorni.
 
La cosa è rilevante e, per taluni aspetti, preoccupante. Da tempo, le forze di sinistra hanno molto allentato il contatto con gli strati più popolari della società italiana. Vuoi perché questi strati sono profondamente cambiati e non hanno ormai più alcuna lontana parentela con quella che una volta si chiamava classe operaia. Vuoi perché quei partiti hanno visto modificare la loro base sociale e i loro gruppi dirigenti, spostandosi verso il ceto medio istruito e tendenzialmente garantito.
 
Scoprendosi, per così dire, proprio sul versante popolare. Un processo che trova nell’elezione di Renzi una ulteriore accentuazione: se il Pd si sposta al centro, si amplia lo spazio per la sinistra più spinta – che però al momento è molto debole – e, di conseguenza, per la destra radicale. I movimenti di questi giorni sembrano andarsi a collocare in questo pericoloso vuoto che si va creando nel nostro sistema politico. Un vuoto che nei prossimi mesi diversi soggetti cercheranno di occupare. In questo contesto, vanno prese sul serio le dichiarazioni di Alfano sui rischi di una esplosione della violenza: infiltrare provocatori con l’obiettivo di accendere ancora di più gli animi è qualcosa a cui qualcuno può pensare. In realtà, i fatti di questi giorni ci dicono che il Paese è a un punto di svolta. La crisi arriva a mordere la carne delle famiglie e delle comunità. Il sistema della rappresentanza sociale è sclerotico. Quello politico è nel mezzo di una profonda trasformazione. Il governo – con l’autorevole sostegno del presidente della Repubblica – cerca di tenere il punto, facendo tutto quello che si può fare per guardare avanti. Il momento è critico e quanto sta accadendo nelle piazze lo dice con grande chiarezza.
 
Nessuno può pensare di risolvere i problemi che abbiamo di fronte nel giro di pochi mesi. Fermare il declino e rilanciare l’Italia, assorbire la disoccupazione che si è creata in questi anni, superare la crisi istituzionale e quella morale sono obiettivi che hanno bisogno di uomini, di tempo, di alleanze. Di saggezza e di competenza. L’area del populismo si va pericolosamente allargando e non può essere  sottovalutata. Anche perché sappiamo che in Italia le ali estreme – tanto a destra quanto a sinistra – sono state storicamente pericolose. Da qui la necessità di un impegno serio e concreto di tutte le forze responsabili per superare questa difficile fase. Un impegno che il governo Letta sta cercando di perseguire, ma che ha bisogno di nuovi slanci. E questo, ora, nel quadro che si è venuto a creare in queste settimane – con Alfano da una parte e Renzi dall’altra –, è obiettivamente più facile. A condizione che tutti esercitino fino in fondo il senso di responsabilità.

Si annuncia un 2014 molto delicato ma anche molto importante: il governo è nelle condizioni per impostare la prima fase del rilancio economico e istituzionale. Utilizzando al meglio il semestre di presidenza europea, nel quale occorrerà avere la forza politica per cambiare l’approccio della Ue alla crescita economica. Nel frattempo, le forze politiche potranno avere il tempo per riorganizzarsi e preparare seriamente la loro offerta politica per la prossima legislatura nella quale, grazie alla legge elettorale che da anni aspettiamo, speriamo di avere un governo solido capace di durare cinque anni. Che è un arco di tempo minimo per rimettere in cammino il Paese e tornare a guardare con speranza al nostro futuro.

Mauro Magatti

REVELLI: “COME IN GERMANIA NEGLI ANNI ’30. LA SINISTRA SI È DATA ALLA FUGA E HA LASCIATO LE STRADE ALL’ESTREMA DESTRA” (Luca De Carolis)

 

Siamo al punto in cui si incrociano crisi sociale e crisi della politica. Solo l’estrema destra è attrezzata per parlare a chi riempie le piazze: uno scenario che mi ricorda la Germania degli anni 30”. Marco Revelli, sociologo e storico, insegna Scienza della Politica all’Università del Piemonte Orientale.

Professore, è davvero così preoccupato?
In questi giorni mi è venuta in mente una considerazione sull’ascesa del nazismo: ‘Hitler ha vinto perché dall’altra parte non c’era più nulla’.

Trasposto nella realtà italiana?
I partiti non sanno più parlare a chi sta male, non capiscono i cittadini. E questa è una colpa soprattutto della sinistra, da tempo fuggita dalla società. Ma tutta la politica è in una profondissima crisi.

Partiamo dall’inizio: chi e perché sta riempiendo le piazze?
A Torino e nel Nord-Est, gli epicentri del fenomeno, il grosso è composto dal cosiddetto popolo della partite Iva e dai microimprenditori artigiani. Protestano perché non ce la fanno più a mantenere il proprio stile di vita o ad andare avanti: non hanno più credito dalle banche e combattono con le cartelle di Equitalia. Ma sono nelle strade anche perché hanno perso i punti di riferimento politici, in primis Berlusconi e la Lega.

L’ex premier è ancora forte nei sondaggi.
Ma non è più un modello, almeno per le frange più deboli.

Il segretario della Cgil, Susanna Camusso, sostiene: “Non si capisce cosa vogliano certe piazze”.
È una frase imbarazzante, che conferma come ormai siano saltati anche gli organi di mediazione sociale, a cominciare proprio dai sindacati. Come è possibile che la Camusso non abbia il polso della situazione? Ma questo vale in larga parte anche per Confcommercio, Confartigianato e associazioni varie.

La protesta, soprattutto al Sud, è spesso partita dai Forconi. Che ne pensa?
Il loro simbolo rappresenta un ritorno del pre-moderno in un’epoca di iper modernità. Un fatto che spesso si accompagna alla povertà di ritorno.

È un movimento di destra?
Le mappe e le categorie politiche sono inadeguate per definire quanto sta accadendo. Siamo di fronte a un’effervescenza confusa, inedita per l’Italia, in cui c’è dentro un po’ di tutto. Era una situazione prevedibile: bastava ascoltare e osservare certi segnali. Non è stato fatto.

Il governo cosa dovrebbe fare?
Dovrebbe finalmente prendere atto che ormai ci sono 9 milioni e mezzo di italiani in uno stato di povertà relativa, e porre questo problema in cima alla sua agenda, assieme a quello dell’indebitamento diffuso. E invece Letta annuncia l’abolizione del finanziamento ai partiti, e i giornali fanno finta di crederci.

Lei parlava dell’inadeguatezza della sinistra. Ma Renzi?
Farà finta di estrarre qualche coniglio dal cilindro.

Grillo?
Tra quelli che protestano l’avranno votato in diversi. Ma appena entrato in Parlamento, il suo movimento è stato assimilato dalla politica.

Ora cosa può succedere?
Gli scenari possibili sono diversi. Può darsi che la situazione si calmi per qualche mese, magari con il ritorno alle urne. O che invece si inasprisca, portando verso una guerra sociale. Per esempio, con il ceto medio democratico contro i nuovi poveri fascistoidi.

L’estrema destra è salita sul carro della protesta, soprattutto a Roma.
È preoccupante dirlo, ma i movimenti di quell’area sono gli unici che sanno come parlare al Paese che insorge, che conoscono il codice giusto. Tentano di infilarsi in questo spazio. E questo potrebbe avere effetti a medio termine.

Teme per la stabilità democratica?
Dico che è meglio che tutto questo stia venendo fuori: se fosse rimasto a covare sotto la cenere sarebbe stato peggio. Sul futuro, vedremo.


 

A proposito di forconi: Sermone su Matteo 11:2-6 predicato oggi nel tempio valdese di Pomaretto

15 dicembre 2013 alle ore 17.25- Sergio Manna /facebook

Matteo 11:2-6

2 Giovanni, avendo nella prigione udito parlare delle opere del Cristo, mandò a dirgli per mezzo dei suoi discepoli: 3 «Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?» 4 Gesù rispose loro: «Andate a riferire a Giovanni quello che udite e vedete: 5 i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri.6 Beato colui che non si sarà scandalizzato di me!».

 

 

Care sorelle e cari fratelli,

ho cominciato a riflettere su questo brano del Vangelo lunedì scorso, perché toccava a me preparare una scheda per l’incontro dei pastori che avrebbe dovuto aver luogo il giorno successivo a S. Germano, dove ci incontriamo ogni martedì per confrontarci  insieme sul brano della Bibbia sul quale predicheremo la domenica, a partire dalla scheda esegetica-omiletica preparata, a turno, da uno di noi.

Stavolta toccava a me; ma l’incontro non c’è stato, perché le strade erano bloccate dalla protesta dei forconi. E così, martedì scorso, anziché continuare la riflessione con i miei colleghi e le mie colleghe, mi sono ritrovato a meditare in solitudine, interrogandomi su cosa questo racconto antico avesse da dire a noi oggi.

Ebbene, non ho potuto non notare che questo brano del Vangelo di Matteo, in un certo senso, sembrava gettare qualche luce su quanto stava accadendo qui ed ora, in questa regione, e, più in generale, nel nostro Paese.

Anche al tempo di Gesù, nella Palestina del  I secolo, c’era chi riteneva che di fronte al malgoverno del Paese, all’imposizione di nuove tasse e, più in generale, ai problemi politici e sociali bisognasse reagire prendendo i forconi e cacciando via quelli che governavano nel nome di Roma ladrona.

In fondo era questo che ci si aspettava dal Messia e lo stesso Giovanni il Battista aveva parlato in questi termini di lui:  "Ormai la scure è posta alla radice degli alberi; ogni albero dunque che non fa buon frutto, viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo con acqua, in vista del ravvedimento; ma colui che viene dopo di me è più forte di me, e io non sono degno di portargli i calzari; egli vi battezzerà con lo Spirito Santo e con il fuoco. Egli ha il suo ventilabro in mano, ripulirà interamente la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con fuoco inestinguibile"  (Matteo 3:10-12).

 

La scure, il ventilabro, magari il forcone, il fuoco inestinguibile.

 

Insomma il Messia doveva venire per punire, per cacciare, per annientare il governo degli ingiusti e instaurare il proprio dominio. 

 

E’ in questa luce che va inquadrata la domanda che Giovanni il Battista, dal carcere, fa rivolgere a Gesù dai suoi discepoli:

“Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?” (Matteo 11:3).

 

Gesù non stava agendo secondo le aspettative, non aveva preso il forcone, non sembrava  intenzionato a marciare sulla capitale per fare un colpo di stato e ripristinare l’antico regno davidico. Ma allora, che razza di messia era?

 

Altri, prima di lui, avevano provato a cavalcare politicamente le aspettative del popolo, cercando di incarnare l’ideale messianico del guerriero vendicatore che viene per far fuori i malvagi e instaurare un regime giusto, ma i loro tentativi erano miseramente falliti.

A dire la verità, anche dopo Gesù, nel corso della storia, si sono fatti avanti, di volta in volta, vari personaggi con pretese messianiche, che si illudevano di poter imporre un giusto ordine al mondo mediante il ricorso alla violenza.

Ma, puntualmente, ogni tentativo umano di instaurare con la forza il Regno di Dio in terra (quasi sempre un regno di Dio senza Dio; un Reich, comunque lo si voglia numerare) si è tradotto in un inferno, in un regime totalitario senza Dio e privo di umanità.

 

Spesso, in passato, chi voleva manipolare le aspettative messianiche del popolo, non ha esitato a utilizzare un linguaggio religioso, a presentarsi come l’unto del Signore.

 

Ma ora i tempi sono cambiati.

 

Dal momento che viviamo in un’epoca nella quale, per molte persone, i riferimenti religiosi non hanno più una valenza esistenziale, i manipolatori di turno hanno (quasi del tutto) rinunciato a far ricorso al lessico biblico, per cominciare a far leva su un altro genere di parole; quelle che sono “sacre” ad una certa “religione civile”, cara al mondo laico.

E’ esattamente quello che è successo in questi giorni con il movimento dei forconi.

Con l’intento di cavalcare la rabbia della gente che non ne può più e per attirare il maggior numero di adesioni, i forconi, dietro i quali si nascondono esponenti dell’estrema destra (Forza nuova e Casa Pound), non hanno esitato ad abusare della “sacra” parola ”Resistenza”, chiamando il proprio sito, con intento manipolatorio, “Resistenza italiana” e citando a sproposito e falsamente uomini come Sandro Pertini nei propri comunicati. E tanta gente ci è cascata alla grande, lasciandosi stupidamente manipolare e sviare, senza neppure leggere il programma dei “forconi” la cui matrice era profondamente antidemocratica, anzi fascista.  In esso, infatti, l’obiettivo era la cacciata di tutti i politici, incluso il Presidente della Repubblica, cui avrebbe fatto  seguito “un periodo transitorio in cui lo stato sarà guidato da una commissione retta dalle forze dell’ordine” (in pratica una sorta di giunta militare, prologo di ogni dittatura).

Certo, tante persone che hanno partecipato ai blocchi erano in buona fede e non accettavano di essere definite fasciste, ma è un dato di fatto che ovunque sono state messe in atto vere e proprie azioni di squadrismo (es.: il medico dell’associazione Faro cui è stato impedito di raggiungere la struttura in cui curava i malati terminali; la negoziante 28enne di Torino circondata da 10 uomini, buttata a terra e minacciata: “Ammaziamola questa coniglia”).

 

La gente si è fatta stupidamente manipolare da persone senza scrupoli.

 

Mi sono, allora,  ritornate in mente le parole di Dietrich Bonhoeffer a proposito della stupidità e di come essa sia, per il bene,  “un nemico più pericoloso della malvagità”:

 

“Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità… contro la stupidità non abbiamo difese. Lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio...

In certe situazioni si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate situazioni gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali…

 Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri…

Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti, ecc. da cui egli è dominato… Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale”. 

 

 (Dieci anni dopo. Un bilancio sul limitare del 1943, in D. Bonhoeffer, Resistenza e Resa, Paoline, Cinisello Balsamo, 1988, pp. 64-65).

 

I blocchi stradali dei forconi, da pochi giorni, sono stati rimossi, ma bisognerà stare in guardia, affinché non succeda ancora che tante persone si lascino manipolare stupidamente dai forconi di turno. Il rischio per la democrazia sarebbe troppo elevato.

 

In questo senso il Vangelo di oggi può farci da monito.

 

In un tempo di crisi, nel quale ci si aspettava l’uomo forte, il Messia con la scure, il ventilabro, il fuoco inestinguibile (forse anche il forcone), Gesù è venuto come un Messia pacifico e disarmato che respingeva ogni violenza, predicava e praticava la koinonia (cioè la condivisione dei beni) e usava il suo potere unicamente per curare le vittime della società, anziché cavalcare la rabbia dei suoi contemporanei e mettere in atto programmi che avrebbero solo rischiato di moltiplicare il numero.

 

A Giovanni che gli chiedeva “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?”,  Gesù ha risposto mostrando come il lui si adempivano le profezie di Isaia:

“i ciechi ricuperano la vista e gli zoppi camminano; i lebbrosi sono purificati e i sordi odono; i morti risuscitano e il vangelo è annunciato ai poveri”(v.5).

Il messaggio è chiaro: la vera rivoluzione non la si realizza facendo violenza al prossimo, bensì prendendosi cura del prossimo; compiendo opere di amore, di misericordia, di compassione, le uniche capaci di trasformare gli individui, inclusi i nemici.

 

In questi giorni sono stati celebrati i funerali di uomo che ha cercato di mettere in pratica questi insegnamenti: Nelson Mandela.

Dopo 27 anni di carcere quest’uomo non ha preso il forcone, non ha cercato la vendetta, bensì la riconciliazione, e con la sua testimonianza ha conquistato anche i suoi carcerieri e tutti i suoi nemici.

La grandezza di Mandela sta nel fatto che con la sua azione ha liberato non soltanto il suo popolo prigioniero, ma anche i carcerieri bianchi, che pensavano di essere liberi, ma in realtà erano schiavi di una ideologia disumanizzante.

 

Mandela era un evangelico metodista e una delle sue massime era:

 

“Il compito più difficile nella vita è cambiare se stessi”.

 

Si tratta di una frase sulla quale farebbero bene a riflettere tutti coloro che in questi giorni hanno messo in atto comportamenti antidemocratici e violenti, coloro che si sono trasformati in squadristi, coloro che hanno voluto vedere il male negli altri, senza accorgersi che il male, in realtà era dentro di loro.

Non si può cambiare il proprio Paese se non si comincia dal cambiare se stessi, e il cambiamento di se stessi è ciò che il Vangelo chiama conversione, ravvedimento, ciò che Gesù è venuto a predicare.  

Non è qualcosa che si possa ottenere con la violenza.

Perciò, al Battista che si aspettava un messia guerriero, Gesù si presenta, invece, come un Messia disarmato; un Messia senza scure, senza ventilabro [e senza forcone!!!] che non viene per annientare i peccatori con fuoco inestinguibile, bensì per salvarli.

 

Questo è il messaggio sul quale siamo chiamati a riflettere in questo tempo d’Avvento che ci prepara al Natale.

 

Nel rispondere alla domanda del Battista Gesù conclude dicendo:

“Beato colui che non si sarà scandalizzato di me” (v.6).

 

Ecco, per credere che Gesù è il Cristo, il Messia, bisogna superare uno scandalo.

Giovanni il Battista e noi siamo invitati a superare  lo scandalo di un Messia che non è fatto a nostra immagine e somiglianza; un Messia che non viene come piacerebbe a noi, ma come piace a lui; un Messia che non viene a compiere le nostre vendette, ma a portare la sua salvezza.

 

Ci doni il Signore di superare questo scandalo, affinché ci sia possibile testimoniare con forza che Gesù è l’unico Messia nel quale vogliamo credere e dal quale vogliamo trarre ispirazione per i nostri pensieri, le nostre parole e il nostro agire (anche politico).  Amen.