L'analisi dei giornali delle donne della Resistenza permette di capire meglio la portata della partecipazione femminile alla lotta di liberazione. "Noi donne" - titolo mutuato da una rivista francese del periodo del Fronte popolare - esce per la prima volta nel maggio 44, con edizioni locali. Accanto a questa rivista un ampio panorama di fogli locali e nazionali in cui - accanto alle cronache della guerra - emergono le rivendicazioni civili per il futuro stato democratico

Bianca Guidetti Serra

Che cosa scrivevano nei loro giornali le donne della Resistenza? I] Nei libri di storia si accenna appena alla partecipazione delle donne alla Resistenza. Forse perché viene sommariamente integrata nell'attività degli uomini. Per contro l'attività femminile è stata rievocata in numerose interviste che attraverso il tempo sono state fatte alle protagoniste, in alcuni diari o nelle autobiografie. Questi documenti ci consentono di conoscere una serie di esperienze individuali ma non di ricostruire il fenomeno in generale mentre molti sono gl'interrogativi che si pongono. Primo fra questi: la partecipazione delle donne è stata solo determinata dalla eccezionalità delle circostanze guerra-occupazione straniera o anche, sottolinea anche, da una progressiva presa di coscienza, premessa per la maturazione e trasformazione della condizione femminile? Forse uno dei modi di approfondire l'argomento e di trovare qualche risposta è di leggere o rileggere che cosa le resistenti scrissero allora nei loro giornali. Modesti foglietti grezzi anche dal punto di vista formale, che all'evidenza lasciavano intravvedere le difficoltà inerenti ad una attività clandestina. Documenti finora trascurati, ma che ci offrono, mi pare, una valida testimonianza. Non furono pochi, a giudicare da quel che ne è rimasto e non è possibile, nei limiti di un articolo, fornire un quadro completo. Mi sono quindi limitata alla mera trascrizione di alcuni brani che mi sembravano significativi, lasciando al lettore ogni valutazione critica.
II] Il primo numero di Noi donne comincia a circolare nell'Italia occupata nel maggio 44. Si autodefinisce: "Organo dei gruppi di difesa delle donne e pre l'assistenza ai combattenti della libertà". Il titolo è mutato da un altro periodico diffuso in Francia durante il Fronte popolare. Delle copie che ho esaminato 6 portano la dicitura "edizione piemontese" o "torinese"; altre 5 rispettivamente: edizione delle Lombardia, di Novara, di Aosta, della Liguria, della Sesta zona [che ignoro quale fosse]. Gli articoli nelle varie edizioni hanno spesso argomenti simili, ma non sono gli stessi.Una riprova che redazione, stampa e distribuzione erano lasciate, forse anche per ragioni pratiche [siamo nell'Italia occupata!], alla libera iniziativa di gruppi diffusi di donne e non erano centralizzate. L'ultimo esemplare di Noi donne è del 1&oord giugno 1945. La vita di questo come di altri "giornalini" si protrarrà per qualche tempo dopo la Liberazione. Il numero di maggio 44 apre con: "Il nostro governo". E' il governo di Unione nazionale costituitosi nell'Italia libera."Noi donne, si scrive, salutiamo questo nuovo governo a larga base democratica, nel quale sono rappresentate tutte le correnti politiche antifasciste e antitedesche [...]. "E si chiede": come noi donne parteciperemo alla mobilitazione generale in tutta Italia? [...]. Rafforzando i "Gruppi di difesa della donna", intensificando la loro azione [...] trascinando le grandi masse femminili alla lotta nella fabbriche, nelle città nelle campagne [...]. In una parola prepariamoci anche noi all'insurrezione armata che ci darà la vittoria, la libertà, l'indipendenza nazionale". Un secondo articolo s'intitola: "Non la resa, ma la lotta per la vittoria". E' diretto alle "madri e spose" perché convincano i loro congiunti a rifiutare l'invio del "governo repubblichino" a presetarsi. Facciano quanto possono: "...Perché i loro cari non cadano nel grossolano tranello con cui un decreto mussoliniano tenta di accalappiare dei giovani".
"Volontarie per la libertà" è il "fondo" del secondo numero di Noi donne. Vi si racconta della coraggiosa impresa di alcune donne che hanno rapito tre partigiani prigionieri e feriti dall'Ospedale Molinette di Torino.
Vari articoli nei numeri successivi tendono a preparare la donna a partecipare alla futura amministrazione del Paese. Così sul n.6 del settembre 44: "Prepariamoci ad amministrare ed a governare". Si riportano le parole di Palmiro Togliatti che in un discorso a Roma ha affermato: "...Noi vogliamo che sia concesso alle donne italiane il diritto di votare per la prossima assemblea costituente che dovrà decidere del modo con cui verrà governato in futuro il nostro Stato [...]". Si commenta nell'articolo: "Noi speriamo che il ministro Togliatti [...] non abbia espresso solo un parere personale, ma il pensiero di tutto il governo. Italiani e italiane lottano ora per cacciare i tedeschi e fascisti, per dare alla patria indipendenza e libertà, ma lottano pure per dare all'Italia un regime democratico popolare che avrà l'arduo compito della ricostruzione [...]". Per questo motivo: "le donne dovranno avere in ogni organo dirigente di governo politico, amministrativo [...] rappresentanti, dovranno avere la direzione di quegli organismi che in modo particolare interessano le donne [...]. Dobbiamo perciò fin d'ora prepararci a governare". Varie le rubriche del tipo: "Scrivono i partigiani", "Prepariamoci ad amministrare ed a governare", "Vita dei gruppi", ed altro.
Vengono anche di tanto in tanto trattati argomenti inconsueti.
Ad esempio: "La donna nei tribunali del popolo". "[...] Cacciati i tedeschi dal suolo francese, iniziata la ricostruzione della Francia democratica riconosce alla donne il diritto di partecipare alla vita politica e sociale [...] Oggi essa ha il suo posto nei Tribunali del popolo. Questo riconoscimento [...] deve essere ottenuto anche dalla donna italiana perché è impossibile che i tribunali del popolo esprimano interamente la volontà popolare quando ne è esclusa la rappresentanza femminile [...]. E si, aggiunge a conclusione tale riconoscimento: "deve voler dire domani partecipazione delle donne alla Magistratura [.
..]".
A sinistra della testata la frase: "Morte ai tedeschi e ai traditori fascisti", a destra: "Per l'unione e la lotta di liberazione nazionale".
III] La difesa della lavoratrice compare nell'autunno 44. Ne ho potuto esaminare 17 numeri; l'ultimo è del 10 settembre 45. "La difesa della lavoratrice per generazioni dell'anteguerra 1914-'18 non è nuovo [...]. In Italia fu in quell'epoca l'unico giornale scritto da donne per le donne. Esso era un giornale educativo, ben scritto e ben curato tecnicamente, ma non era un giornale di lotta". Così inizia l'articolo di fondo del numero 1.
Ma ora: "[...] compito nostro sarà quello di mobilitare e inquadrare le grandi masse femminili. Esse devono camminare di pari passo ala lotta per la liberazione nazionale con le brigate dei volontari della libertà. Un altro compito [é] di rafforzare l'unità di azione delle donne [che] hanno dimostrato di sapere lavorare, combattere [...] e maturità politica. Ciò nessuno più lo può negare, esse dovranno perciò partecipare alla direzione ed alla amministrazione dello Stato democratico popolare. Esse dovranno preparare se stesse a prendere la direzione di tutte le istituzioni che le riguardano in modo particolare [...]".
Il numero del 20 ottobre 44, pur nella estrema modestia della veste e della scrittura [il testo ciclostilato su un foglio di centimetri 22 per 33 è suddiviso in due colonne parallele], mi sembra emblematico ad indicare autonomia politica ed operativa.
Siamo immersi nei problemi della guerra, ma il "fondo" titola così: "Esiguità del salario femminile". "... Una delle principali rivendicazione [...] agitate dalle masse lavoratrici in questa fase preinsurrezionale è l'adeguamento delle retribuzioni del lavoro al costo attuale della vita [...]. La donna ponendo delle rivendicazioni salariali non solo combatte per delle esigenze contingenti, ma anche contro l'ingiustificata svalutazione del lavoro [...]. Ponendo delle rivendicazioni salariali, dunque, raggiunge due scopi: partecipa alla lotta antifascista e antitedesca e combattendo acquista una credenziale per la società nuova come noi la desideriamo.
Società nuova di cui sarebbe assurdo parlare se si costringesse ancora una gran parte di elementi "economicamente producenti" [sic!] a condizioni di vita semi parassitiche [sic!] [...].
Donne sappiate combattere per la lotta di Liberazione Nazionale, per il vostro domani!". "Parole semplici, un po' enfatiche, ma che delineano la consapevolezza di un problema di fondo: combattere per la guerra di liberazione significa anche combattere per i propri diritti di lavoratrici, di donne. O leggo male? Sulla seconda colonna: "Dare vita al nostro giornale". "[...] Come può la "Difesa" diventare il portavoce della massa femminile lavoratrice torinese? Come può aiutare le diverse categorie nella lotta per le loro rivendicazioni? La risposta è che tutte le lettrici debbono alimentare il giornale con le loro corrispondenze, i loro problemi, la loro collaborazione. Quindi la parola d'ordine [...] è: dare vita al nostro giornale...". Sul retro del foglio sono le "Corrispondenze del lavoro": poche righe ciascuna. Così, ad esempio: "Alla Incet, in seguito alla disposizione della direzione di non interrompere il lavoro in casi di allarme, la maestranza si raduna nel cortile a prestare ogni qualvolta suona la sirena [...]. Ad iniziare la dimostrazione sono state le operaie dei "Gruppi di difesa" [...]. Le nostre donne hanno pure rifiutato le bollette del cottimo, chiedendo alla direzione una paga oraria ad economia adeguata al costo della vita [...]". E ancora: "Le nostre postine hanno risposto con categorico rifiuto alla proposta di andare in Germania a lavorare; dopo di ciò una parte di esse viene licenziata per venire riassunta, ma perdendo così diritti e privilegi di cui godevano prima". Manifattura Tabacchi: "Le donne hanno inviato all'amministrazione [...] la richiesta che fosse loro estesa l'assegnazione mensile di 250 grammi di tabacco già in uso per il personale maschile. Non è stato concesso nulla; in seguito a ciò hanno fatto una dimostrazione nel cortile". In un'altra fabbrica il cui nome sulla carta consunta dal tempo è ormai illeggibile: "[...] 28 operai, hanno scioperato per ottenere un aumento ed un prestito; anche tre impiegate, che formano un "Gruppo di difesa" si schierano con loro. All'osservazione del padrone: "Anche voi tradite!", una rispose che gli interessi di loro impiegati coincidevano con quelli operai. Questa risposta, è il commento, sia di esempio a tutte le appartenenti a questa categoria che ancora non capiscono quale sia il significato della lotta che combattiamo". Nella seconda colonnina delle seconda facciata altro articolo di poche righe: "L'ora decisiva". "Non è più tempo di tergiversare sulle parole, coi fatti si deve dimostrare che Noi donne sappiamo dare un valido aiuto per la liberazione della Patria. Solo con la nostra larga partecipazione alla lotta accanto alle forze partigiane, dei Gap e dei Sap, all'interno delle officine e negli uffici, nelle piazze, potremo collaborare pienamente per scacciare la belva nazista-fascista ormai ridotta all'agonia [...]. Colpiamo con tutti i mezzi chi ci ha spietatamente fatto soffrire! Donne di tutti ceti unitevi a formare un blocco unico accanto alle forze sane della nuova Italia". Chiude la seconda facciata un elenco di sottoscrizioni provenienti da "Gruppi di difesa" di varie fabbriche: Microtecnica, Mirafiori, Wamar, Aeronautica, Lanificio Italiano, Viberti, Unica, ed altre ancora. Non manca a piè di pagina il plauso alla "Professoressa numero 59" che ha fatto una notevole raccolta di medicinali.
"La difesa della Lavoratrice" conservò come sua caratteristica una particolare attenzione ai problemi del lavoro, dando voce alle operaie, alle lavoratrici in genere. Certamente anche questo giornale risentì della influenza del partito comunista, su ispirazione del quale, forse in sede provinciale, pare sia nato.
E' necessario sottolineare però che sia a Noi donne, che a La difesa della lavoratrice, collaboreranno appartenenti alle varie correnti politiche.
IV] Non esistettero solo giornali femminili che si rifacevano ai "Gddd". Appartenenti a vari partiti, che pure accettavano nell'ambito del C.l.n. l'"unione operativa delle donne", rivendicarono una loro autonomia politica esprimendosi con propri giornali. Anche questo un segno, mi pare, del fervore partecipativo femminile.
Il 1&oord numero de La compagna, Giornale delle donne socialiste è datato 1&oord agosto 1944. Ne ho letti 4 numeri, il quarto del 20.12.
1944. La compagna [lo stesso titolo aveva il giornale delle donne socialiste prima del fascismo], usa un linguaggio abbastanza diverso da quello dei due che ho citato. "Scusate o donne italiane se così mi presento in questo striminzito aspetto.
Ma nasco ora di nascosto. Che dico di nascosto, nasco nel terrore di mille segugi che mi cercano e di mille artigli protesi a stracciarmi". Così comincia l'articoletto firmato "Il vostro giornale". Prosegue chiedendosi: "Che farà io per voi dite? Farò quello che il fascismo si è guardato bene dal fare in questi ultimi venti anni. Vi difenderà con le unghie e coi denti nelle vostre situazioni di fanciulle, spese, madri, contadine, operaie, spose, madri, professioniste, impiegate, sollevandovi dalla vostra attuale inferiorità sino alla parità con l'uomo nei doveri e nei diritti civili [...]". Nella stessa facciata un brano da un non meglio individuato "Manifesto del Fronte Femminile del C.l.n" che termina, dopo avere invitato le donne alla lotta, con queste parole: "Solo con la lotta di liberazione acquisteremo la parità di diritti civili ed economici". La compagna si contraddistingue anche per una serie di articoletti dal tono didattico. Per esempio: "Democrazia e dittatura": "Un paese è retto a sistema democratico quando le leggi sono fatte a maggioranza di voti da parte di tutti i cittadini in piena libertà di pensiero e di parola. Un paese è retto a sistema dittatoriale quando le leggi sono fatte da un ristretto gruppo di persone comandate da un capo dittatore senza che il resto della popolazione possa in alcun modo fare pesare la sua volontà [...]. Noi socialisti siamo per il metodo democratico [..] ossia suffragato dalla libera e cosciente volontà di una grande maggioranza dei lavoratori [...]". Nello stesso spirito: "La rubrica della propaganda spicciola" in cui si tratta di volta in volta in termini elementari de: La donna e la politica, La donna non è inferiore all'uomo" ecc. In calce ad uno di questi articoletti è l'avvertimento: "Se le nostre lettrici seguiranno con attenzione questa rubrica sarà molto facile per loro il formarsi di una coscienza socialista". Unico, tra i periodici clandestini femminili avrà anche un articolo: "Mai più un re in Italia".
Sul lato sinistro del titolo La compagna è scritto "La mira religione è fare il bene. La mia Patria è il mondo". F.to Thomas Paine. Sul destro "Io odio la tua opinione ma sono pronto a morire per difendere il tuo diritto di propagarla" f.to Voltaire.
V] Nel febbraio 45 anche il movimento femminile di "Giustizia e Libertà" ha un suo giornale: La nuova realtà. Ne ho avuto a disposizione solo tre numeri. L'ultimo del 3 maggio 45. Così si presentano: "Chi siamo". "Come forse la maggior parte degli uomini così le donne in Italia si sono svegliate alla vita politica dopo essersi gettate nella lotta di liberazione. In alcuni casi slancio sentimentale: il marito, il fratello, il compagno di scuola o di lavoro è partigiano appartiene a qualche squadra d'azione, di lotta nella file d'un partito e la donna, la madre, la sorella lo segue, fa della sua vita la sua vita [...
] In altri casi necessità di esprimere in qualche modo la propria esigenza morale, necessità di coerenza verso le proprie convinzioni dopo il silenzio e la cupa sopportazione di questi anni, la possibilità di vivere come si pensa che si presenta all'improvviso e che non è soltanto finalmente si può fare qualcosa e si può farlo a costo di sacrifici, con pericolo nei due casi la donna si è trovata d'improvviso nella lotta viva e nella lotta le si sono presentati interrogativi, dubbi, problemi [...] E' sorta così la necessità di legarsi ad altre donne per difendere in un blocco unico i suoi diritti nella società moderna: questo è il significato dei "Gruppi di difesa della donna", fronte femminile nazionale che rappresentano la totalità delle donne che partecipano alla guerra di liberazione [...]. Il movimento Giustizia e libertà raccoglie in sé una parte delle donne del "Gruppi di difesa" accomunate da precise convinzioni politiche, morali, sociali [...]". Nel numero del 27 febbraio 1945 sviluppano gli stessi concetti. "La nuova realtà - scrivono - è quella che tutti, uomini e donne, dobbiamo creare dalla presente rovina di cui siamo tutti uomini e donne, più o meno responsabili, non per averla provocata ma per non aver saputo evitarla...".
Vengono nuovamente enunciati i principi cui il movimento s'ispira: "[...] noi lottiamo perché il lavoro femminile non continui ad essere oggetto di sfruttamento e chiediamo venga considerato soltanto il rendimento orario e per cicli, ai fini della retribuzione non un criterio discriminativo di sesso [..] Noi sosteniamo che la donna come ogni altro lavoratore è libera di scegliere il suo lavoro. Dichiariamo superati i vecchi pregiudizi che facevano della donna unicamente l'angelo del focolare e la schiava domestica: tutti i campi del lavoro devono essere aperti alle donne fin dove è compatibile con la maternità che noi consideriamo non soltanto un dovere per la donna bensì un diritto [...]". Il tema dell'unità tra donne è sviluppato nell'articolo: "Fusione o collaborazione?" dove si discute sull'opportunità o meno di fondersi con i "Gruppi di difesa".
Dubbio tuttavia superato già nel numero successivo dove vengono indicati i compiti spettanti ai gruppi e l'articolo è firmato "Centro studi provinciale dei gruppi di difesa della donna", il che prova, tra l'altro che esisteva un sia pure embrionale "Centro di studi". VI] Con In marcia, sottotitolo "giornale per la donna", anche le democristiane nel novembre 1944 cominciano a diffondere le loro idee. A sinistra del titolo: "Non lamento ma azione è il precetto dell'ora", alla destra: "Ordine, disciplina, fraternità delle classi sociali". Ne ho avuto a disposizione 8 esemplari.
L'ultimo del 25 luglio 1945. In prima pagina del n&oord1 un "Appello alle donne non ancora militanti". "[...] Scuotete l'apatia che vi opprime, organizzatevi per partecipare alla giusta opera di liberazione nazionale: [...], nascondete i fuggiaschi, soccorrete i sofferenti ed i feriti; aiutate le donne ei bambini vittime di persecuzioni [...] pensate ai combattenti che soffrono il freddo in montagna e provvedete [...]. State a fianco degli uomini per non permettere che atti insani di personale vendetta guastino la bellezza dei gesti che oggi si compiono per liberare la Patria! Che questo tempo passi senza macchia di delitto alla storia dei nostri figli! [...] Le donne organizzate nella democrazia cristiana v'invitano a scendere in campo per collaborare con le donne di tutte le altre tendenze al trionfo della causa comune [...]". Segue: "I compiti della donna". "Per collaborare a fianco degli uomini alla lotta insurrezionale [...]. noi donne della Democrazia cristiana siamo scese in campo con tutte le donne delle diverse tendenze politiche [...]. Abbiamo un programma preciso e delle idee chiare, ma soprattutto abbiamo la convinzione che è suonata l'ora di un italico risveglio preludio di un'era nuova [...].
Lavoriamo per il presente guardando al futuro che vogliamo più cristiano, più giusto, più dignitoso e pacifico [...]. La donna relegata dal fascismo ad una funzione puramente demografica, propagandata in modo talvolta offensivo, deve essere portata su di un piano più dignitoso nella "vita sociale" [...]. Il tema "donna e politica", in forme varie, è ripreso in quasi tutti i numeri: "Perché la donna deve essere educata alla vita politica? Perché [...] nella vita di domani [sarà] necessariamente coinvolta [...]. Ora solo [con] un'adeguata preparazione ed educazione [...] questo suo contributo potrà essere un'arma di bene e non una occasione di male [...]. Una delle tante prove con cui potrà fare entrare nella vita sociale la giustizia e la carità". Viene anche usato il metodo del dialogo [che forse val la pena ricordare!]. Dal numero del 18.2.45. Titolo: "La democrazia protegge i lavoratori?" Due amiche s'incontrano[...]. "Che cosa fai di bello?" "Lavoro sempre in fabbrica. E tu?" "Io pure, però" [...] faccio anche altro. "Aspetti la pace come me?
L'aspetto preparandomi a lavorare nel campo sociale. Ho capito fai politica. Ritengo sia mio dovere [...] - Ne sento parlare dai miei compagni di lavoro ma sonno diffidente [...], temo che tutta questa gente finisca per lasciare il tempo che trova [...] E' quello che dobbiamo evitare per questo dobbiamo prepararci [..
.] Ma lo sai cosa vuol dire democrazia? - Proprio bene no. So che il fascismo non era democratico. Tutti i sistemi che vogliono un partito solo non sono democratici. Democrazia vuol dire governo di popolo [...], le ingiustizie sociali devono scomparire. E per farle scomparire dobbiamo prima di tutto noi operai imparare a difendere i nostri diritti [...]. Senza contare che una buona democrazia si appoggia su leggi forti che impediscono il capitalismo e lo sfruttamento, ma invece obbligano i ricchi a dividere con i fratelli le loro ricchezze.
Però la democrazia deve essere buona [...]!. Naturalmente deve essere sana, morale onesta e perciò "cristiana".
Mi sono limitata, come dicevo all'inizio, a trascrivere alcuni brani da "giornali" clandestini scritti, stampati e diffusi da donne della Resistenza. Per quanto possibile, ho tentato di evidenziare argomenti che consentissero di rilevare volta per volta diversità, convergenze e anche novità di opinioni. Quel che ne traspare mi sembra significativo. Dimostra che pure dopo venti anni di fascismo che ne aveva represso idee e iniziative, forse per reazione, molte donne si sono rese conto che era loro dovere partecipare con gli uomini [con armi o senz'armi] alla lotta di Liberazione nazionale. Ma capirono anche che in quella lotta era la premessa della "loro" liberazione di donne. Note: [1] I dati ufficiali della partecipazione delle donne alla Resistenza sono i seguenti: partigiane combattenti: 35.000: patriote 20.000: arrestate-condannate 4.653: deportate 2750; fucilate e cadute 623; medaglie d'argento 17; medaglie d'oro 16 [12 alla memoria] [2] "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà" - furono un'associazione di donne antifasciste. Nell'Italia occupata raggiunsero 70.000 iscritte.
Il C.l.n.a.i. il 16/10/44 li riconobbe come "organizzazione unitaria di massa che agisce nel quadro delle proprie direttive".