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In molti - al suo sorgere - pensarono che il fascismo sarebbe durato pochi mesi. Niente di più che una parentesi...
Cosa fu il fascismo? perché si affermò e durò più
di vent'anni? Domande su cui si sono divisi gli storici e i
militanti politici, interrogativi che soprattutto oggi non
possiamo eludere. Le radici del regime affondano nella crisi
della cultura politica europea, amplificata dalla guerra:
antiparlamentarismo, bisogno di leader carismatico, azzeramento
del conflitto di classe nell'aziendalismo, razzismo e
antisemitismo ne furono gli elementi costitutivi. Per nulla
transitori e ancora attuali.
Rossana Rossanda
Diavolo, siamo diventati fascisti! In quale giorno, mese e anno
mio padre può avere esclamato queste parole? Mio padre, per dire
un uomo non più giovanissimo, colto, pacifista e avvertito. Non
gli ho mai chiesto quando si fosse accorto che una pagina era
voltata, e si andava ad avventure pericolose. Nessuno era
fascista a casa mia, ma quando si erano resi conto, gli italiani
per bene nati a cavallo del secolo, che erano su una via di non
ritorno?
Non fra il 1914 e il 1915 - quando Mussolini, espulso dal Partito
socialista, lanciava l'appello del "Fascio rivoluzionario di
azione internazionalista" e poco dopo fondava, con i soldi
degli industriali interessati alla guerra "Il Popolo
d'Italia", che sarebbe rimasto fino all'ultimo il giornale
del regime. Pareva uno dei tanti interventismi che dovunque
avevano spaccato i partiti socialisti in Europa. E lo stesso
quando, dopo Caporetto, fra una denuncia e l'altra per la
sconfitta si formava presso il Senato il "Fascio
parlamentare di difesa nazionale" cui aderivano ben 250 fra
deputati e senatori. E il "Popolo d'Italia" si
scagliava contro i socialisti e il "bolscevismo". Né
quando nel 1919 [l'avvocato Olivetti aveva inventato la dizione
"fascisti"] a Roma e a Milano convergevano Mussolini,
gli "arditi d'Italia", i futuristi di Marinetti e
Gabriele d'Annunzio. Mussolini definiva il fascismo come "un
movimento spregiudicato" - oggi si direbbe nuovissimo e
trasversale.
Forse la preoccupazione dilagò fra il 1921 e il 1922 quando gli
squadristi andavano con revolver e bombe a mano, a Milano,
Genova, Trieste, contro la protesta operaia. Al congresso del
giugno 1922 erano quasi 450.000. E tuttavia gli italiani - a meno
di essere sindacalisti e comunisti - parevano più impressionati
dal marasma delle istituzioni che dai fasci. E forse tirarono il
fiato quando in fin dei conti il 28 ottobre Mussolini fu chiamato
da Facta e poi dal re in persona ad assumere il governo - la
marcia su Roma non ebbe luogo, non ce ne fu bisogno. Forse la
prima vera percezione che si era in un regime, i più la ebbero
con il discorso di Mussolini il 3 gennaio del 1924, molti mesi
dopo l'assassinio di Matteotti.
E' interessante riandare a questi avvenimenti e ai loro vistosi
segnali, perché i due fascismi veri e propri, quello italiano di
Mussolini e quello tedesco di Hitler, non hanno nulla del colpo
di stato - sono presenti, dichiarati, tollerati e sostenuti a
lungo sulla scena. Negli anni Settanta i movimenti italiani
pensarono al fascismo come a un'avventura militare - simile al
Cile, un golpe. E fose lo pensano i giovanissimi oggi. Ma non fu
così. In Italia e in Germania il fascismo si presentò come un
movimento eversivo di estrema destra e crebbe e si insediò
regolarmente, per così dire legalmente, e con molte benedizioni.
Compresa quella dei liberali, i quali trovarono giustissimo che
di fronte al movimento popolare di protesta si chiamasse al
governo un bastonatore delle piazze. Se ne sarebbero doluti dopo,
quando furono buttati fuori: ma anche allora sostennero che il
fascismo da principio era una buona cosa. Anche in Germania
Hitler nasce dopo la guerra, e perdipiù sul rancore della
sconfitta, e tra il 1920 e il 1921 il suo partito apertamente si
organizza in struttura paramilitare. Ma aveva l'appoggio dei
grandi industriali: Thyssen confesserà a guerra finita che
aiutò Hitler sapendo quel che era, perché rispondeva ai suoi
interessi, e se ne era pentito soltanto nel 1939. Nel 1926 gli
iscritti al partito nazista erano circa cinquantamila: fino a
diventare un milione e mezzo nel 1932. In quell'anno si presero
il 37 per cento dei voti alle elezioni, raddoppiando quelli di
quattro anni prima. Come il fascismo, il nazismo è visibile, non
si nasconde. Né l'Italia né la Germania sono state sorprese e
ingannate. Si dice oggi che una responsabilità della loro
insorgenza si deve alla minaccia di una sinistra comunista e
rivoluzionaria.
In Germania lo storico revisionista Nolte, bene accolto anche da
noi, lo dichiara una comprensibile reazione ai comunisti e
all'Unione Sovietica. Ma è da dubitare che nell'Italia del 1922,
quando Facta chiama Mussolini, si temesse una rivoluzione
proletaria: il partito comunista era appena nato, modesta
minoranza uscita dal Partito socialista, l'occupazione delle
fabbriche era spenta nel 1920; infuriava la crisi, non la
rivoluzione. Tanto meno in Germania: nel 1932 il grande movimento
rivoluzionario era battuto da oltre dieci anni, era divampato e
fu soffocato nel 1918 e i suoi leader, Liebknecht e Rosa
Luxemburg, assassinati. Hitler vince agitando il sogno del Terzo
Reich, una Germania possente che si spinge all'est, che si
vendica delle umiliazioni subite, che non ha conflitti sociali,
con un capo carismatico che affermerà l'ideale tedesco contro le
razze minori. E' una pulsione violenta, risponde alla crisi
postbellica e poi alla stretta del 1929, alle quali la repubblica
di Weimar non ha saputo come far fronte, ma non perché fosse
troppo a sinistra. Al contrario, la strada alla dittatura è
spianata da una grande socialdemocrazia sempre più di destra e
un partito comunista sempre più settario, una spirale fatale. La
gente comune, italiani e tedeschi, diranno poi di non avere
neppure sospettato che fascismo e nazismo li avrebbero portati al
totalitarismo, alle leggi razziali e allo sterminio degli ebrei,
alla guerra. Ed è vero, sponsors e seguaci non hanno chiaro dove
si va a finire, ma hanno chiaro dove si comincia, non è un
inizio innocente, e poi accetteranno il tragitto grado per grado.
Uno storico come Renzo De Felice ammonisce che nel 1919 l'Italia
non era ancora fascista, che quando lo divenne non intendeva
diventare totalitaria, che quando fu totalitaria non pensava alla
guerra e fece le leggi razziali perché in Germania c'erano da un
pezzo - ma è soltanto una lettura rovesciata del percorso, che
va letto nell'altro senso. Le scelte antidemocratiche,
antioperaie, colonialiste, antisemite e belliciste erano
delineate, stavano negli umori, e quando furono esplicitate la
gente le accettò, malgrado qualche mormorìo. Non hanno una vera
data perché non sono la svolta repentina davanti alla quale si
sussulta e grida: basta. No, da cosa nasce cosa.
Ma da quali cose nasce la cosa fascista?
Questa è la vera domanda da farsi, per capire se il fascismo è
ancora un pericolo. I padri fondatori della repubblica ci dicono
di no. Hitler e Mussolini si iscrivono in un contesto differente.
E' passato oltre mezzo secolo e la storia non si ripete mai. E'
vero. Ma questa ovvietà ha aiutato Gianfranco Fini a portare in
meno di un anno il grosso delle truppe dal Movimento sociale
italiano, che si diceva esplicitamente fascista, ad Alleanza
Nazionale, che dice di non esserlo. La deputata di An che
afferma: "Non sono antifascista perché ho poco più di
vent'anni e con fascismo o antifascismo non c'entro" è
sincera. E appaiono fuori tempo i missini duri e puri di Rauti e
Pisanò come i naziskin, sono così marginali da non potersi
considerare un pericolo.
E tuttavia nella dichiarazione che il fascismo è fuori dal
nostro mondo qualcosa non persuade. In che cosa sono estranee al
nostro mondo le condizioni dalle quali è nato, le sue idee e le
sue pratiche? Bisognerebbe convenire, per affermarlo, con la tesi
della fine della storia di Francis Fukujama: ormai il mercato è
diventato un felice regolatore della crescita e la democrazia
domina dovunque pacificamente, perché il comunismo è fallito.
Ma la crescita si sta verificando tutt'altro che lineare, apre
voragini impensate e da tutte le parti esplodono guerre. Sacche
di frustrazione e voglie di rivincita, religiose e no, sono non
meno estese che nel 1919. Va dunque visto con serietà che cosa
in realtà il fascismo è stato. Quale fu l'errore di chi lo
incoraggiò o non lo vide? Prima di tutto, esso apparve un
fenomeno marginale. Era estremista e sovversivo, dunque sarebbe
stato minoritario e transitorio. Così ritennero sia la destra
classica sia la sinistra italiana nei primi anni Venti, e così
ritenne tutto l'establishment tedesco a cavallo dei Trenta. I
fascisti sono una parentesi. Lo pensa Benedetto Croce, lo pensano
i molti professionisti, perlopiù economisti, che entrano nei
primi governi di coalizione di Mussolini pensando di servirsi
della sua forza e dominarlo con la loro competenza.
E' una cecità più interessante della scelta degli intellettuali
che gli resteranno a lungo fedeli - i Papini, i Prezzolini, molti
della "Voce", i futuristi, D'Annunzio, grandi pittori
come Sironi, grandi architetti come quelli del Movimento Moderno.
Costoro vedono nel fascismo [nella rivoluzione fascista, ché
tale si chiama] una innovazione radicale rispetto alle
meschinità, al conservativismo, al puzzo di burocrazia e
sacrestia dell'Italietta moderata. Dopo l'orrore della prima
guerra mondiale, che era stata un macello, gli inverni fra i
fanti assiderati o squartati in trincea, gli assalti alle
baionette, i fucilati per diserzione, i patimenti del dopoguerra,
il moderatismo riproponeva la stessa solfa, mediocre e
politicante. Li affascina del fascismo la reazione alle
chiacchere dei ceti politici e nella rottura con le forme
ottocentesche intravvedono un'avventura vitale. Si può rompere
da destra e da sinistra, in Italia una sinistra c'è, e non è
soltanto la protesta operaia e in parte contadina: c'è la
cultura dell' "Ordine Nuovo", ci sono Gramsci e
Gobetti, così diversi dal vecchio partito socialista, che pure
in Turati, Treves o Andrea Costa non ha figure di basso profilo.
Ma l'intellettualità rompe da destra, perché il potere ha un
fascino, e il fascismo ha il gusto della trasgressione, del
"gesto" e della "visibilità", è il primo
fenomeno politico mediatico. Poi diversi intellettuali si
ritireranno, e alcuni, per esempio gli architetti, passeranno
all'antifascismo attivo; ma tardi, e la loro sarà una rivolta
morale, più che l'esito di una analisi politica. Di che materia
fosse fatto il fascismo, perché si radicava invece che spegnersi
appena finito lo sporco lavoro, si chiesero soltanto le forze
politiche -liberali, socialisti in esilio e comunisti.
Ma quale è la loro diagnosi? Anche quando lo riconosce come una
sciagura radicata, l'anima liberale pensa che il fascismo non è
che una parentesi. Non durerà, pareva vacillare nel 1924,
rivacilla nel 1926. E' un errore della storia. Ancora tardi su
"Critica Sociale" Rodolfo Mondolfo se ne stupisce, come
Croce.
Non è connaturato alla borghesia, che è sostanzialmente
democratica e il contrario dell'estremismo. E' una specie di
incidente di percorso. Né i liberali sono illuminati dallo
zelante allineamento dei grandi gruppi agrari e industriali con
il regime.
A sinistra, nel giovane Partito comunista, la posizione è
paradossalmente speculare. In Amedeo Bordiga, figura coerente,
avversario di Gramsci che Gramsci rispettava, la lettura è
analoga: il fascismo è uno strumento secondario del capitalismo
e sarà presto sostituito dal capitalismo più forte. La vicenda
italiana e soprattutto tedesca non è che un frammento della
lotta fra imperialismi, nella quale la Germania e l'Italia
rappresentano la parte debole e il nemico principale va visto nel
capitalismo classico e forte, quello anglosassone e americano.
Bordiga starà con molta dignità al confino, e poi, uscito, non
sarà disponibile a nessun tentativo fascista di contattarlo; ma
non parteciperà alla lotta antifascista. Pensa che tutto
sommato, se vincesse la Germania sarebbe un colpo al potere
capitalistico mondiale.
Si deve a Gramsci un'analisi più complessa. "L'Ordine
Nuovo" e più tardi le "Tesi di Lione" vedono nel
fascismo una forma diversa di dominio capitalistico, che riesce a
convogliare le nuove masse contro se stesse: è una risposta
perversa alla crisi, alla oscurità del futuro, al bisogno di
risarcimento e di vendetta. Il fascismo si rivela il sistema di
segni e simboli più capace di far leva su sentimenti antichi e
rinnovati, plebei più che popolari ma profondi e niente affatto
transitori. Il popolo ha pagato la guerra con il sangue e su di
esso cadono i pesi della distruzione. Nel combattentismo, nel
reducismo, nel rifiuto dell'ordine - che i fascisti convogliano
in torbidi umori, il nazionalismo [l'odiata Francia, la
"perfida Albione"], l'ossessione della
demo-pluto-giudaico-massonica congiura contro la nazione -
trovano eco ferite autentiche. I colpevoli sono additati nei
partiti, nel parlamento imbelle di mangiapane a ufo, nella
burocrazia dello stato; ma anche ad essa si indicano come nemici
le sinistre, l'operaio che è bolscevico, i contadini che
pretendono la terra, "agitatori" che provocano
"disordine".
Occorre un esecutivo forte, anzi un uomo forte, un paese unito
dalla sua volontà e il suo prestigio.
Hanno poco tempo, i comunisti dell'Ordine Nuovo, per capire le
contraddizioni dolenti dalle quali nasce la voglia popolare di
destra, il fascino del "diciannovismo" - anche quello
della violenza, che parla alla frustrazione giovanile. Sono le
Tesi dette di Lione, nel 1925, che definiscono la "natura di
massa" del fascismo, anche se non se ne deriva una strategia
di lotta diversa dalla rivoluzione socialista. E il fascismo
apparirà a lungo assieme minaccioso e in difficoltà, come nel
1924 dopo l'assassinio di Matteotti. Nel 1926 Gramsci è
arrestato. Nel 1929 Togliatti per l'Internazionale Comunista
definirà il fascismo l'espressione estrema e sciovinistica del
capitale finanziario e industriale, ma resta la paralizzante
identificazione tra socialdemocrazia e fascismo. Su questo si
divideranno anche i compagni in carcere: per Gramsci occorre
trovare una trincea intermedia di lotta, poi dirà una
"Costituente", ma resta isolato.
Fino al 1935 la questione dei fascismi in Europa - si sono
formati da tempo in Portogallo, stanno rovesciando la repubblica
in Spagna, sono avanzati in Grecia, nel 1934 hanno messo la
Francia in pericolo - rappresenta il punto acuto della sconfitta
delle rivoluzioni in Europa. Bisogna capire dove si è sbagliato.
E come sempre dopo le sconfitte, il movimento si divide. Si
ritroverà con uno slancio mai conosciuto prima nei fronti
popolari, che a quella domanda danno una risposta mobilitante. Ma
è tardi, il fascismo corre verso la guerra e la rovina di
milioni e milioni di uomini.
Anche la società italiana ricomincerà a guardare a se stessa
dopo la metà degli anni Trenta. Con fatica, e non soltanto
perché la repressione è durissima. Ma perché il senso comune
fascista si è esteso dovunque, o in termini sovversivisti [ma è
una minoranza], o in termini di rassegnazione [e sono molti] o in
ancora oscure speranze nel Capo. Folle osannanti salutano
l'impresa etiopica, si schierano per Franco in Spagna e accolgono
la dichiarazione di guerra. Le piazze non sono tutto il paese, ma
rappresentano una realtà. Saranno mandate a "conquistare la
Francia" già a terra, e in Albania e in Grecia troveranno
un osso duro da rodere. Ma soprattutto saranno spedite con scarpe
di tela e giacche di orbace nell'immensa pianura russa e vi
morranno. L'Italia è a pezzi l'8 settembre.
E' un duro risveglio, una lezione terribile. Alle loro delusioni
e mortificazioni era stato dato un falso obbiettivo e gli errori
si pagano. La natura profonda del fascismo era sfuggito ai
democratici e, pare a me, sfugge a coloro che ne garantiscono la
fine storica.
E' vero che dalla sua tragica parabola l'Europa - è un figlio
dell'Europa - qualcosa ha imparato. Ma negli ultimi anni non
riconosciamo nella trama dei giorni e nel logoramento della
politica un filo con il quale si sono tessute terribili tele? La
polemica antipartitica e antiparlamentare facilmente si ribalta
da sinistra a destra; si direbbe che è più consueto questo
movimento che quello inverso. E la voglia di un leader
carismatico, di governi forti? e la negazione del conflitto di
classe, l'identificazione forzosa di lavoratori e padroni
nell'azienda? e il razzismo risorgente come guerra fra i poveri?
e l'antisemitismo, bestia mai spenta, sempre in agguato negli
angoli oscuri della società? Questi sono eterni fenomeni delle
crisi europee. Sono radicati nella cultura. Non c'è in essi
nulla di transitorio o esorcizzato per sempre. L'interesse per la
storia del fascismo italiano sta in questo.