Un'Italia senza qualità
ROSSANA ROSSANDA-25/04/01

Ha un senso speciale il 25 aprile 2001, a meno di un mese dalle elezioni politiche, nelle quali quello degli ex fascisti è il terzo partito in corsa, o attribuirglielo è abusivo? E' un uso, anzi abuso, della storia? Se il fascismo è stato un evento tremendo ma irripetibile, ricordarne vita e morte non è che un esercizio di memoria da fare correttamente e basta. I fascisti ci sono ancora, è vero, ma il fascismo non potendo più darsi, non fanno né caldo né freddo, non più d'una qualsiasi escrescenza urbana che esplode in qualche stadio o periferia.
Che così dovrebbe essere suggerisce anche il partito di Gianfranco Fini, che ha dismesso il vecchio nome, e cui si devono i distinguo fra identità attuale e provenienze, anche per se stesso (era troppo piccolo per aver condiviso leggi razziali, deportazioni, eccetera). Lo sdoganamento di una quota di italiani operato da Silvio Berlusconi è stato positivo - recitano i padri della Repubblica - perché ha contribuito al disinnesco di umori pericolosi o a una loro elaborazione democratica. No problem, dunque. Perfino la protesta di Galante Garrone e Sylos Labini al presidente della Repubblica per l'alleanza di Forza Italia con Rauti preferisce definirlo nazista, non fascista.
Eppure qualcosa inquieta: alla trasformazione dell'ex invaso fascista in una destra che accetta le regole della democrazia (non è da An che viene l'assalto più deciso alla Costituzione) si è accompagnato un offuscamento dell'antifascismo, considerato datato, significativo soltanto finché esisteva il mostro, anticorpo privo d'una sostanza in sé. Insomma un'ubbia, perdipiù legata a cattive frequentazioni, i comunisti essendo stati gli antifascisti più conseguenti e meglio organizzati.
Anzi, l'antifascismo non è stato troppo elogiato? Più d'uno storico fruga con diletto negli archivi per denunciare la debolezza di questo o quell'antifascista, meglio se ebreo, che una volta, lontano dalla guerra, a orizzonti chiusi, s'è piegato a chiedere qualcosa al duce o al federale, a dimostrazione che avevano delle debolezze anche loro. E da tempo il maggiore storiografo del fenomeno, Renzo De Felice, ha concluso che il fascismo è stato, sì, riprovevole, ma lo è soprattutto diventato su pressione dei tedeschi, appunto nazisti. Se no sarebbe rimasto bonario. Questa tesi confortante non va senza aggiungere che gli antifascisti, un po' fissati, sono stati pochissimi. E quindi andiamo un po' a vedere questa resistenza, anzi a rivederla, farne una revisione. Troveremo poca cosa ed eroi da tutte e due le parti, caduti cui va ugualmente la nostra pietà e rispetto. L'Italia di fine secolo è il prete che ha assolto, benedetto e seppellito fascismo e antifascismo.

Nel giro di pochi anni l'antifascismo è stato ridimensionato mentre idee e stereotipi d'un fascismo banalizzato circolano, colorandola in modo intrigante, nella nostra scena politica che, certa ormai di averne neutralizzato gli estremi, non teme di adottarne più d'un parametro. Profittando d'una evidente crisi della democrazia rappresentativa e approfondendola, plebiscitarismo e populismo, che facevano ribrezzo ai nostri padri, sono tornati a scorrazzare a braccetto per le strade, ridendosi della democrazia delle procedure. Neanche la piazza sessantottesca le amava, ma assediava le istituzioni perché i poteri si distribuissero fra tutti, mentre la piazza fascistizzante chiede entusiasta di dare la delega a uno solo. Il quale ne ha un disprezzo, come dire?, paternalistico e affettuoso, ne chiede l'investitura per fare quello che il popolo, ingannato dai partiti, non sa quanto sia utile. E altrettanto disprezzo nutre per le regole. Berlusconi non è un fascista, ma è convinto che quale che sia il modo con il quale ha fatto i soldi, se la magistratura vuole metterci il naso mentre l'Italia gli dà la maggioranza dei voti, va contro l'autentica sovranità, che è la volontà popolare. Non è un fascista, ma non ha idea di che cosa sia la divisione dei poteri. Non è fascista ma pensa che il capo sia l'essenziale, che va tolto di mezzo quanto nel parlamento o nella costituzione o nella legislazione in genere gli impedisce di agire, si sente legislatore, anzi fondatore di un nuovo diritto. Non è un fascista ma non dividerà il potere, ci penserà lui, stiano tranquilli. Non è un fascista ma è lui che decide se l'opposizione conta o no, se ci discute o no; per ora è no. Considera le volontà diverse come ostili o risibili. Che altro significa quella sua arroganza, non truce all'europea, ma perpetuamente ilare all'americana?
Tuttavia l'Italia, il governo, le Camere, l'opposizione non saltano per aria, lo tollerano come un fatto caratteriale. Come tollerano la Lega, i cui rigurgiti fascisti appaiono intemperanze dell'operoso settentrione, da sempre rude. Così i dialettismi o le battute pecorecce, o gli annunci "Li faremo fuori tutti" sono ascoltati con un indulgente sorriso: Bossi ha una sua saporosa rozzezza. Dell'operaio non frega più ai nostri politologi, salvo se è iscritto al sindacato e vota Lega, cioè per i padroni. Dimostra tante cose utili, come l'operaio, ancorché estinto, sia una figura incolta, come la sinistra lo abbia perduto, come il conflitto di classe sia una favola e l'egoisimo una potente forza produttiva. Istinti che in tempi disorientanti fermentano in tutti sono assurti a posizione politica perché è caduto il metro d'una etica civile.
Così l'italiano brava gente è diventato anche razzista. Pareva che non lo fosse, che l'avventura africana fosse una follia mussoliniana. Invece no. Sono rispuntate le pulsioni antimeridionali del nord, ammantate un tempo di efficienza: il terrone resta tale, e va discriminato per esempio nell'insegnamento, altro che Cristo s'è fermato a Eboli. E figuriamoci chi viene da più in là. In verità non è un razzismo basato su deliri etnici, ma sulla proprietà; prospera infatti il curioso connubio fra crescita delle ricchezze familiari, uso dell'immigrato per lavori che non vuoi più fare in fabbrica o in casa, e il furioso timore del medesimo. Il disagio settentrionale sul quale si sono versate tante lacrime anche a sinistra è patentemente reazionario e regressivo: una ricchezza diffusa, presto accumulata, si difende con le unghie e con i denti dallo stato che la vuole tassare, dal sud che vuole vivere alle sue spalle, dall'immigrato che pretende salari normali. E magari anche di costruire una moschea sulla nostra santa terra, sicché potrebbe inquinare la nostra cultura. E parte della Chiesa, traversata ormai dalle spinte anticonciliari, canta lo stesso motivo in gregoriano.

E' il linguaggio della nostra democrazia che s'è annebbiato con l'antifascismo. Il quale non fu soltanto un anticorpo, fu un'idea di paese che l'Italia non s'era mai data, non glielo aveva concesso la lunga servitù a questo e a quello, non l'avevano sollecitata le grandi crisi che hanno formato le nazioni altrove, dalla Riforma alla Rivoluzione francese, non le avevano fornito una monarchia mediocre, né i liberali alla de Viti de Marco. Le era venuta tardi, dalla guerra e dalla percezione dell'abisso dove era finita, dalla scoperta delle grandi domande che attraversavano quella cultura europea che le era stata preclusa, ed erano state poste dalla crisi del '29 all'economia e dall'ottobre del 1917 alle flebili democrazie della Belle Epoque. Socialismo e comunismo si intrecciavano con Giustizia e Libertà, perché come ignorare che le classi dominanti il fascismo lo avevano accettato se non voluto? E nella resistenza l'italiano trovava l'unico sussulto di dignità, l'unico collante davanti alla disgregazione politica e morale, e insieme un fare individuale e collettivo che il fascismo aveva reso impossibile rompendo le ossa ai partiti, ai sindacati, alle camere del lavoro. Il voto, il partito, l'organizzazione sindacale erano riscoperti e conquistati; e andava da sé che il parlamento poggiava sulla spinta delle masse, il conflitto non era l'eccezione ma la regola del continuo riassestarsi sociale.
Una identità di nazione si intravvedeva solo riattraversando quel mucchio di rovine. Forse questo non fu portato a fondo. Usciti dalla guerra si volle anche dimenticare, una guerra anche civile è un trauma diverso dalla guerra all'invasore, e tanto più quando con l'invasore erano stati stretti patti scellerati. Il bisogno di ricominciare fu più forte della necessità di riflettere su di sé e il dilemma democrazia/socialismo parve occupare tutta la scena. Il fascismo restò accantonato, un residuo incattivito, ma fuori dal perimetro in cui si formavano le decisioni, e quando nel 1960 Tambroni cercò di reimmetterlo ci fu ancora una rivolta di giovani e di popolo.

Dopo l'89 non è più così. Il suicidio del Pci e quello dell'Urss rovesciarono le categorie e i simboli politici che avevano intessuto anche la storia italiana. Nello squilibrio delle identità, Tangentopoli funzionò perversamente non come sussulto per uno stato pulito, ma come l'antica derisione di qualsiasi stato, servito tremando e ghignando. E' sull'humus dell'antipolitica, sul quale è cresciuta la seconda repubblica, che l'erba matta delle idee fasciste è rispuntata ed eccola da tutte le parti. Fino al comico risuonare dei rimbrotti per chi parla male della patria: quando Cesare Garboli scrive che il suo è un paese che non gli piace, il Corriere della Sera, che al revisionismo fascista ha aperto generosamente le pagine, lo azzittisce perentoriamente per la penna dell'ex radicale Panebianco. E chi dice: ma stiamo diventando un paese di merda, troverà un Procuratore che lo rinvia a giudizio.
Una cosa manca a questa destra per essere fascista: le aquile. Dall'angusto privato dell'Italietta si saltava, a vendicare una secolare umiliazione, verso fasci, gagliardetti, bandiere e improbabili imperi, blaterando di glorie marine aeree e terrestri; l'adesione di massa al fascismo fu anche questo. Oggi le guerre si fanno più comodamente ma sotto la direzione della Nato. E l'uscita da una risentita inferiorità è cercata nel conto in banca, nel portafoglio azionario, nella cilindrata della macchina.
Anche il potere si misura su questa scala: le aquile non sono più in voga, nella globalizzazione quei pennuti sono sostituiti dai predatori delle Opa. L'equilibrio sociale ha più da temere dalle ristrutturazioni e razzie dei capitali in libera entrata e uscita che dai manipoli delle marce su Roma. Come succede altrove, la democrazia degli azionisti sta sostituendo quella dei cittadini e le borse e le banche centrali contano più dei cancellierati. Non c'è più bisogno del fascismo per distruggere le Camere del lavoro. O almeno si spera.
E' la qualità della coscienza civile che è mutata, il livello del pensare e pensarsi. Questa è l'eredità della banalizzazione del fascismo e dell'antifascismo. Questo il clima nel quale potrà succedere dopo il 13 maggio che al governo ci siano uomini che sono stati fino all'ultimo con Almirante. E per questo a quasi sessanta anni dal 25 aprile 1945 ricordarlo, magari con un sussulto, non è un rito.