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1969 |
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dossier il manifesto 19.11.09 -pdf http://www.fiom.cgil.it/autunno69/default.htm
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Sabato 21 novembre 2009 presso il Centro d’incontro di piazza Umbria, 23/B a Torino Convegno Autunno 69: si ribellano gli operai, nascono i consigli Programma e registrazioni audio-
Ore 9,30 Relazione introduttiva diDIEGO GIACHETTI
Comunicazioni di
PINO FERRARIS Pino Ferraris link
RENZO GIANOTTI
GIANNI MARCHETTO
MARCO SCAVINO
ALBERTO TRIDENTE
Presentazione del libro sull’esperienza dei CUB a Torino Interventi di FRANCO CALAMIDA,BRUNO CANU
Ore 13 Buffet
Pomeriggio Dibattito sui temi trattati nel corso della mattinata (interventi di Trinchero, Serafino, Maria Grazia Meriggi, Domenico Stagliano', Pregnolato, Allara , Dalmaviva )
Ore 16 Tavola rotonda"Torino quarant’anni dopo: cosa è cambiato nella composizione di classe e nelle condizioni della lotta e dell’organizzazione dei lavoratori" Con TONI FERIGO MARILDE PROVERA FULVIO PERINI GIORGIO AIRAUDO
Ore 17,30 Conclusioni di LIBERATO NORCIA e PAOLO FERRERO
Partito della Rifondazione Comunista Federazione di Torino via Brindisi, 18/c 011 460471 federazione@prctorino.it - www.prctorino.itper approfondire crisi economica - interviste il manifesto 2009 lotte selvagge nel 69- D.Giachetti Pianeta operaio-Rossanda Dai Quaderni Rossi a ai movimenti globali: ricchezze e limiti dell'operaismo italiano. Schede quaderni rossi- a cura Prc/Imberti Panzieri secondo Pianciola -pdf Preve - La sinistra radicale in ItaliaDELEGATI OPERAI E DEMOCRAZIA DIRETTA IN FIAT NEL ’69 Pino Ferraris il movimento dei delegati- L.Castellina - pdf Cremaschi- lotte operaie fino al 1980-pdf I fatti di Piazza Statuto a Torino (1962): un esempio da non dimenticare.
lo statuto dei lavoratori ha 40 anni video/dibattito
dal 77 all'80- link Archivio storico della nuova sinistra cronaca dei 37 giorni del 1980 Fiat La cronologia è tratta dal libro "Con Marx alle porte" a cura delle Nuove Edizioni Internazionali LAVORARE IN FIAT- Marco Revelli -Capitolo 6 AUTUNNO '80: I 35 giorni...Revelli- Parabola operaia- pdf Bellofiore su Revelli - pdf cap.5 'Passato Prossimo'- Fiat 1980- pdf Pierre Carniti video- la classe operaia dal dopoguerra ad oggi FIAT '98-2006 articoli di Renato Strumia da Umanità nova. pdf Lottare alla Fiat - R:Renzacci - pdf La Ballata della Fiat videoyoutube Storia della Fiat dal 1969 al 1989 -Lavorare in Fiat Marco Revelli Riccardo Bellofiore, Pino Ferraris, Marco Melotti, Raffaele Sbardella, Dibattito
L'operaismo italiano e il suo Sessantotto lungo vent'anni ( n+1) : " Mentre i proletari si accingevano ad uscire dalla fabbrica per appropriarsi della piazza in uno scontro sindacale che, generalizzato, diventava politico, gli operaisti, partendo da una concezione politica, riportavano la fabbrica al centro dell'azione per una nuova versione dell'egemonia operaia sindacal-ordinovista. Mentre i proletari manifestavano la loro rabbia per una vita di sopralavoro e urlavano il loro odio profondo per una fabbrica-galera che si sostituiva a tutto, gli operaisti non riuscivano nemmeno a rivendicare il libello di Lafargue sull'odio al lavoro mercificato, sulla prospettiva di una sua progressiva eliminazione. In un'epoca in cui si lavorava da 49 (Olivetti) a 52 (FIAT) ore alla settimana su sei giorni, gli operaisti non riuscirono neppure a riprendere la parola d'ordine del vecchio socialismo sulla liberazione del lavoro, che già si opponeva a quella marxista sulla liberazione dal lavoro: bacati da quella malattia tutta torinese che fu il gramscismo, continuarono a vagheggiare una liberazione nel lavoro. Così, miracolosamente, la mostruosa FIAT non fu più un penitenziario kafkiano e orwelliano da eliminare dalla società, ma un modello, una fucina non della classe in quanto potente distruttrice di vecchi rapporti sociali, forza della natura che critica sé stessa, ma dell'esercito di bravi operai istruiti, "dotati" di coscienza di classe, costruttori consapevoli di un ordine nuovo." (n+1)
video 'sciopero'- Russia 1925- Sergej M Ejzenstein
325 Mb Russia 1912. Un operaio, accusato ingiustamente di furto da un caporeparto, s'impicca. Per protesta i suoi compagni scioperano. I padroni assoldano spie, accattoni, provocatori per incastrarli. La polizia li massacra, con le loro famiglie. Primo lungometraggio di S.M. Ejzenstejn. Basato su due principi (le masse come protagoniste; rinuncia alla tradizionale trama narrativa), è, visto oggi, un affascinante film sperimentale di laboratorio, un brogliaccio più che un'opera compiuta e organica, ricco di metafore ora folgoranti per forza plastica, ora intellettualistiche e persino ingenue. Ma attraverso la sua frammentarietà s'intravede una struttura - musicale più che narrativa - in 3 tempi. Anni dopo Ejzenstejn riconobbe - spontaneamente? - che l'opera era affetta dalla malattia infantile dell'estremismo.
LA RESISTENZA OPERAIA NEGLI STATI UNITI A CAVALLO DELLA GRANDE CRISI DEL ‘29
vent'anni dopo- estratto da 'Restaurazione italiana' - di G.Polo e C.Sabattini - pdf risultati del 1969 -pdf
video 'la classe operaia va in paradiso' .wmv
Per un laboratorio della cultura politica a sinistra- Tronti autunno caldo-speciale cgil http://www.youtube.com/watch?v=lwBd_67SatI il diritto alla salute video archivio Materiali sparsi sulla FIAT -link archivio cronache operaie http://www.operaicontro.it/ archivio lotte http://www.alpcub.com/verbano.htm RAdio articolo 1_CGIL Fiat, futuro straniero. Leone, Cucia, Percuoco, Ierardi, Serra, Enrietti, Griseri, Masini- audio 07/10/2009 gli
speciali di radio CGIL sulla Fiat audio intervista a Bruno Trentin (spezzone): Trentin
FIAT, TRA PASSATO E PRESENTE Fiom: Democrazia e Rappresentanza (1)
Torino
28 settembre 2010
-Autore: CGIL lotte Fiat su youtube video cronologia Fiat dal 1998 al 2003 cronologia Fiat dal 2004 al 2009(novembre) rassegna stampa Fiat da novembre 2009 di Gianpasquale Santomassimo Anni Ottanta, l'inizio della fine Trasmissione Rbe sui licenziamenti del 1979 e sul dopo - audio 11.12.09
dossier - un mese di campagna Fiat su La stampa
la crisi infuria, il lavoro manca, sulla valle sventola la bandiera bianca? serata con Clement, Passarino,Lanza a Pomaretto- 25 marzo 2010 audio
Valter Careglio - La crisi degli anni 60 -pdf
serata a Pinerolo- 22 ottobre 2010- sugli anni 80
accordo separato Mirafiori- rassegna stampa 2010-2011Grosso guai a Mirafiori- speciale il manifesto-sbilanciamoci per lo sciopero del 28 gennaio 2011 pdf ------------------------------------- Gli interventi di Landini, Gallino, Ingroia, Flores d’Arcais, Zagrebelsky, Revelli e Iovino al seminario “Democrazia!” organizzato da Fiom e MicroMega (AUDIO) torino 29.1.2011http://temi.repubblica.it/micromega-online/gli-interventi-di-landini-gallino-ingroia
ricordiamo che chiudevano il 1969 le bombe di Piazza Fontana a Milano e la morte di Giuseppe Pinelli Pinerolo registrazione audio. MILANESI, ZINNI, FENOGLIO, ZINNI
dicembre 1969
Piazza
Fontana, 40 anni fa - l'espresso
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Quell'autunno di 40 anni fa, un convegno a Torino |
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La lezione del Sessantanove- liberazione 22.11.09 |
Un convegno sul '69 per riprendere il filo della memoria,
quello organizzato a Torino sabato 21 novembre: “Autunno ’69: si
ribellano gli operai, nascono i consigli”. Una memoria che non va confusa con
una forma di sterile nostalgia, ma è legame con le idee e i corpi delle donne e
degli uomini che hanno fatto le lotte. Il ricordo quindi, la costruzione di una
tradizione come pratica di vita. Nei primi interventi il riferimento è spesso
alla quotidianità. Parla di rivolta Marchetto, contro un sistema di
fabbrica inaccettabile ma anche contro i capi che usavano frasi volgari e
offensive nei confronti delle operaie. L’elemento della tradizione in
Ferraris riguarda invece le forme di organizzazione della politica. I delegati,
i consigli di fabbrica come espressione diretta del ’69. Nell'autogoverno di
chi lavora, oggi come ieri, sta l'unico modo per riprendersi la politica, dice.
Non crede nello spontaneismo. Parla di bilancino, di organizzazione, a proposito
di efficacia delle lotte. Ferraris racconta come lo PSIUP torinese proponesse i
Consigli come struttura per costruire un movimento politico di massa, non solo
come strumenti di un rinnovamento sindacale”. Questa tendenza fu sconfitta sia
dentro lo PSIUP che nel sindacato. E a proposito delle forme di organizzazione
della vita politica, è esplicito Gianotti. Il fallimento di questi anni sta nel
fatto che la forza lavoro ha perso molta della sua soggettività politica. Ha
perso in capacità di rappresentarsi. Le
affermazioni di Scavino sull' “assemblea operai-studenti” come forma
organizzativa inedita, che ha caratterizzato il ‘69, fanno riflettere.
E’ necessario trovare nuove forme, relazioni inedite per stare assieme
nella politica. L'intervento di Tridente sull'apporto
dell'immigrazione dal Sud alla lotta di quegli anni - l’idea di giustizia con
cui gli immigrati hanno arricchito il ’69 - fa pensare al bisogno che
tutti abbiamo, di trovare nuove complicità, modi diversi di convivere con la
recente immigrazione. Così come Tridente ha sottolineato l’importanza per la
costruzione del movimento dell’esempio e della presenza dei quadri operai e
sindacali più anziani, quelli degli anni duri.
Nel dibattito pubblico che segue,
gli interventi sono spesso centrati sull’individuo, sul collettivo, sulla
comunità. Staglianò, operaio tornato in Italia alla fine del ‘60,
dalla Svizzera, dove guadagnava molto bene, racconta che non contava allora,
quanto si guadagnasse. Era più importante appartenere alla comunità operaia, e
saperlo. Una presa di responsabilità per ciò che riguarda Rifondazione la
richiede la storica Meriggi, a proposito degli archivi operai. Ci sono diari,
documenti, testimonianze che vanno conservati. Il partito potrebbe essere un
luogo che li conserva. Alla tavola rotonda, Provera cita i temi
della rappresentanza, della comunità, oggi. Parla del soggetto che si allontana
da chi lo rappresenta, quando i suoi bisogni non vengono ascoltati.
Bisogna ridare forme di decisione ai lavoratori, dice. Si deve trovare
l’elemento identificante fra loro. Il lavoro è un bene comune, e
l’immissione ad esso deve valere per tutti. Come l’immissione al reddito.
Solo in questi termini, conclude, si può pensare di ridare valore alla
rappresentanza. Per Airaudo bisogna ristabilire un principio di
responsabilità, che deve valere sia per i lavoratori che per chi sta nella
politica. Le lotte ci sono, anche se non sono raccontate, dice. Il radicamento e
la rappresentanza del sindacato si gioca sui luoghi di lavoro, e il tema della
redistribuzione è fondamentale. L’obiettivo devono essere i salari, conclude.
Sui rapporti del sindacato con la politica e il territorio interviene Ferigo.
Perini parla della crisi, della ristrutturazione del sistema produttivo e dello
stato sociale in questi anni. Lo scontro sarà sull’occupazione, dice. Bisogna
impedire i licenziamenti. Questo ultimo punto potrebbe essere un punto di
ricomposizione della lotta, sostiene.
Conclude Ferrero. Sul ’69,
fenomeno politico che tiene assieme la libertà e l’eguaglianza - che ha
dimostrato la capacità di contrattazione dei lavoratori, che è stato capacità
di agire come classe dirigente - manca l’informazione. Manca nel senso che è
stata cancellata, dai media e dal capitale. Il ‘69 ha perso, ed è ora
ignorato, perché quel tipo di forza politica - basata sulla partecipazione dal
basso - è proprio quella politica di classe che si vuole espellere dalla
politica massmediatica. Per uscire dall’attuale fase di sconfitta è quindi
necessario ricostruire una narrazione, un idea del mondo che sappia anche
ricostruire il rapporto con la storica del movimento operaio come la nostra
storia.
Senza storia ognuno di noi non sa
più chi sia. Anche per questo la proposta della federazione si pone
programmaticamente l’obiettivo di costruire un luogo politico plurale che si
metta in continuità con questa storia del movimento operaio.
Un'occasione, questo convegno,
anche per presentare il libro pubblicato da Punto Rosso sull'esperienza dei CUB,
cui hanno collaborato molti dei protagonisti delle lotte di quegli anni e che è
stato presentato da Franco Calamida e Bruno Canu.
Dulcinea Zapatero
Quarant'anni fa bloccavano il traffico, costruivano barricate, formavano
cortei: protestavano in strada. Oggi si arrampicano sui tetti, si appendono
alle gru, si incatenano ai monumenti: salgono per rendersi visibili. Il nuovo
autunno caldo delle tute blu è un grido disperato per evitare che il dramma
della crisi rimanga pura statistica. "Non vogliamo scendere dal
lavoro", hanno scritto gli operai di una fabbrica pugliese. I punti
critici sono oggi Termini Imerese, il distretto tessile di Prato, l'Eutelia e
l'Alcoa. Ieri mattina i reduci dell'Alfa di Arese (uno stabilimento sull'orlo
della chiusura da anni) hanno fermato gli automobilisti vicino a Varese. Nelle
stesse ore in Sardegna, a Portovesme, i dipendenti dell'Alcoa hanno bloccato
una centrale termoelettrica. Chi sarà costretto nei prossimi giorni a salire
sul tetto per evitare di finire in mezzo alla strada?
Nei primi mesi del 2009 l'Italia ha bruciato 200 mila posti di lavoro
interinale. Le ore di cassa integrazione sono esplose aumentando del 322 per
cento nel confronto tra ottobre 2009 e lo stesso mese del 2008. La crisi morde
chi ha il posto fisso e, ancora di più, chi era già precario ai tempi delle
vacche grasse. Il peggio, per l'occupazione, deve ancora venire: "Gli
ordini riprendono ma la mazzata non è ancora arrivata in fondo alla catena
della produzione", spiegano sindacalisti e industriali.
Massimo Merlo, 54 anni, è stato uno dei primi cinque a salire in Italia. In
fondo il nuovo autunno caldo è cominciato con il suo gesto, sulla piattaforma
della gru della Innse a Milano. Con l'Italia che seguiva le trattative sotto
gli ombrelloni di agosto e un gruppo di tute blu sospese nel vuoto che
difendevano i macchinari della loro fabbrica in vendita: "Quel che mi fa
più arrabbiare è quando voi dei giornali scrivete che lo abbiamo fatto per
disperazione. Noi lo abbiamo fatto per calcolo. Sapevamo perfettamente che
avremo potuto vincere se avessero bloccato il trasferimento delle macchine. E
così è stato". Oggi Merlo è chiamato spesso a fare la scuola guida
agli operai di altre fabbriche in difficoltà: "Ma io dico sempre: non
basta salire sul tetto per essere sicuri di aver vinto. Dipende dai casi. La
regola principale è: mai salire senza aver deciso bene a quali condizioni
scenderai".
Per Massimo e i suoi compagni di lavoro la lotta ha pagato. Dal 12 ottobre il
gruppo Camozzi ha acquistato gli impianti e ha assunto tutti i 41 operai ex
Innse. A Termini Imerese e ad Arese, i due stabilimenti del gruppo Fiat che
stanno per chiudere la produzione, le possibilità di farcela sembrano scarse.
"Siamo in una situazione difficile - spiega Maurizio Calà, segretario
della Cgil di Palermo - e quel che è peggio è che ancora una volta il Sud è
l'anello debole della catena. Non parlo solo della Fiat. La Fincantieri è
nella stessa situazione. L'auto e le costruzioni navali, due delle principali
attività industriali della nostra area, potrebbero mettere in cassa migliaia
di persone". Con effetti a catena: "Per molto giorni - spiega Calà
- davanti alla Prefettura di Palermo abbiamo avuto il presidio dei vigilantes
privati. Come i dipendenti delle aziende di pulizia, sono i primi a sentire la
crisi. Se un'azienda va male risparmia su quelle voci".
A Termini Imerese i dipendenti hanno occupato il Municipio per ottenere un
incontro sul futuro del loro stabilimento. Ma anche a Nord le prospettive non
sono tranquillizzanti. Ad Arese i dipendenti Fiat rimasti sono un migliaio.
Alla fine del Novecento erano 20.000. Corrado Delle Donne, storico leader dei
Cobas dell'Alfa Romeo, è uno di coloro che ieri mattina ha tenuto
"l'assemblea della fabbrica sull'autostrada". Spiega che i reduci
del marchio del Biscione non si rassegnano: "Vogliono trasferirci a
Torino perché l'area della fabbrica serve per l'Expo del 2015". Oggi
andranno a presidiare la sede della Provincia di Milano.
Susanna Camusso, segretaria nazionale della Cgil, negli anni Ottanta è stata
responsabile della Fiom proprio ad Arese. In corso d'Italia si occupa delle
crisi più acute. In questo novembre 2009 si chiamano Fiat, Alcoa, Eutelia.
Ieri i dipendenti Alcoa di Portovesme
hanno bloccato i cancelli della centrale Enel: "Una situazione che ci è
sfuggita di mano", ammettevano nel pomeriggio i sindacalisti sardi. Ma un
sindacato può controllare, e come, le nuove forme di protesta?: "Da
quando in Europa si è diffusa la pratica di sequestrare i dirigenti, questa
è la domanda che mi è stata rivolta più spesso", dice ironica Camusso.
Che aggiunge subito: "Come si vede, in Italia non è capitato".
Capita invece che le forme di lotta siano molto diverse da quelle dell'autunno
caldo del '69: "Certo. Per diversi motivi. Il principale è che questa
volta si protesta per resistere. Perché sappiamo tutti che un posto di lavoro
distrutto oggi non si recupererà quando la crisi sarà superata. Bisogna
sopravvivere nella bufera per poter vivere dopo". Ma c'è un secondo
motivo: "La maggior parte degli operai oggi lavora fuori dalla grande
industria. Quando i cortei di fabbriche con decine di migliaia di operai
uscivano in strada non c'era bisogno di altro perché se ne parlasse. Se chi
lavora in un'azienda con 40 dipendenti non sale sul tetto, non se ne accorge
nessuno".
I nuovi operai che saliranno sui tetti rischiano di essere parecchi. Nella sua
ultima analisi congiunturale il Centro studi di Confidustria avverte che
"è certamente positiva l'azione della cassa integrazione nel
salvaguardare i posti di lavoro, ma se la contrazione dell'attività si
rivelerà duratura, tale strumento potrebbe non essere più adeguato".
Nel terzo trimestre del 2009 la cassa ha salvato 240 mila posti di lavoro. I
calcoli della Cgil dicono che nei primi dieci mesi dell'anno la cassa
ordinaria e straordinaria ha coinvolto quasi un milione di operai e impiegati.
Ma nel 2010 la copertura degli ammortizzatori sociali potrebbe finire e così,
se l'andamento del 2010 fosse simile a quello dell'anno appena concluso, 450
mila lavoratori dipendenti delle aziende private dovrebbero rimane a casa un
mese su due. Situazione difficile che molti prevedono possa aggravarsi ancora.
Le forme di lotta estreme a difesa del posto di lavoro potrebbero aumentare.
Dice Massimo Merlo: "Non si lotta per disperazione. Quando sei disperato
ha già perso". Eppure per Adriano Serafino, uno dei leader della Fim
torinese durante le lotte alla Fiat dei primi anni Settanta, a differenza di
quarant'anni fa proprio quello della disperazione rischia di essere un tratto
distintivo del nuovo autunno caldo: "Purtroppo sarà caldo perché i
lavoratori hanno la febbre, la grande paura di perdere il posto. Nel 1969 si
lottava per migliorare, perché erano arrivati ragazzi giovani nelle grandi
fabbriche, perché era andata in linea la generazione della scuola media
dell'obbligo. Si facevano i cortei per ottenere nuovi diritti, non per
sopravvivere".
© Riproduzione riservata ( 24 novembre 2009 )
Le immagini degli operai che salgono su ciminiere alte 170 metri per restarci
intere giornate, o su una gru, oppure occupano una fabbrica che ha annunciato
il loro licenziamento, sono scorci di una realtà ignota ai più, frammenti
che si intravvedono per un istante attraverso una finestra che viene subito
richiusa. Sono immagini d'una condizione di vita e di lavoro che sebbene
coinvolga ancor oggi milioni di persone è virtualmente ignota a tutto il
resto della società. Scatti fotografici d'una classe sociale che resta
altrimenti invisibile.
Aver reso socialmente invisibile il lavoro degli operai come insieme, come
classe sociale, è uno dei tristi successi della società italiana degli
ultimi decenni. Al presente, per gli uomini politici, compresi molti di
sinistra, parlare degli operai come classe sembra un frusto ritornello, un
indugiare su un passato irrecuperabile.
Perfino a molti sindacalisti non sembra un argomento su cui insistere; temono,
a volte con ragione, di non essere più votati. Da parte loro le scienze
economiche e sociali si sono impegnate soprattutto a scrutare l'avvento del
post-industriale, o meglio della società della conoscenza, quel luogo radioso
dove più nessuno si sporca le mani nè si rompe la schiena dalla fatica perché
tutte le merci sono prodotte dalle macchine. Oppure da qualcuno in Cina o in
India che anche se guadagna quattro euro al giorno e lavora settanta ore la
settimana deve dir grazie, perché prima - ci assicurano - stava peggio. Pure
ai narratori ed ai registi la classe che doveva andare in paradiso da tempo
non interessa più. Rende maggiormente, anche sotto il rispettabile profilo
della fama, occuparsi di crisi: non di quella economica, bensì degli
adolescenti, dei quarantenni, delle famiglie di città o degli amori di
provincia.
Di operai parla abbastanza spesso la TV. Quasi ogni giorno ci informa che
qualcuno è morto cadendo dal tetto o calandosi in una cisterna o venendo
travolto da un carrello mentre lavorava sui binari. Un po' più di rado ci
informa che tot persone sono decedute perché hanno respirato amianto o altre
sostanze nocive per decenni. Ma parla di questi come fossero sgradevoli eventi
individuali, anziché elementi costitutivi della vita di tutti coloro che
fanno parte, lo gradiscano o no, di una comunità di destino - che è il
significato antico e perenne di classe sociale.
Eppure gli operai sono ancora tanti. Più o meno sette milioni, circa la metà
nel settore manifatturiero e gli altri sparsi tra trasporti, costruzioni,
industrie della conservazione, agricoltura e servizi vari. Nemmeno in un
supermercato, quintessenza del terziario, i prodotti si collocano da sé negli
scaffali, né le camere si rifanno da sole in un hotel. Quel che accomuna
questa massa di persone, legandole materialmente a un destino collettivo, sono
una serie di situazioni che basterebbero a riempire l'agenda politica di
qualsiasi forza riuscisse ancora a vederle. In termini reali, le loro
retribuzioni sono quasi ferme da oltre dieci anni, ovvero sono aumentate in
misura minima rispetto agli altri paesi della Ue a 15. In rapporto al Pil,
hanno perso in vent'anni tra 8 e 10 punti percentuali rispetto alle rendite e
altri redditi da capitale. Si tratta di decine di miliardi di euro l'anno che
sono andati ad altre classi sociali. A forza di riforme del sistema
previdenziale fondate, più che sui bilanci effettivi dell'Inps o
sull'andamento reale del rapporto tra attivi e inattivi, sull'accusa di
ostinarsi a vivere più a lungo, vanno incontro a pensioni da poveri. Non
bastasse, adesso la crisi ha posto questa massa di persone, grazie anche alle
riforme più che decennali del mercato del lavoro, dinanzi a un aspro
scenario: molti lavoratori che contavano su un'occupazione stabile l'hanno
persa o stanno per perderla. Molti disoccupati non troveranno lavoro per anni.
Una quota rilevante di essi non lo troverà mai più.
Le immagini degli operai che protestano, in forme nuove o tradizionali che
siano, se uno guarda bene, hanno nello sfondo queste situazioni. Comuni a
tutti loro. Se un politico vi dice che le classi sociali non esistono più,
suggeritegli cortesemente di cambiare mestiere.
© Riproduzione riservata ( 24 novembre 2009 )