Il lavoro di fronte al suo rovescio
"Il sindacato è scomparso" L'attacco al potere di coalizione è il frutto di
un'ideologia che considera i lavoratori dei semplici "fattori produttivi".
L'esito dell'onda lunga partita dagli Usa negli anni '80 che cancella soggettività e
autonomia e prepara un collasso democratico
Uno degli ultimi interventi pubblici di Claudio Sabattini, deceduto un mese fa. L'analisi
di una società che, oscurando il lavoro, diventa sempre più autoritaria
Un mese fa moriva a Bologna Claudio Sabattini
ex segretario nazionale della Fiom. Quello che segue è uno dei suoi ultimi interventi
pubblici
tenuto a luglio nel corso di un seminario sul tema "Catene al lavoro"
organizzato dall'associazione "Storie in movimento" e dalla rivista
"Zapruder" (edita da Odradek) che lo pubblicherà nel suo prossimo numero
a dicembre.
CLAUDIO SABATTINI
Osservando la letteratura sociale e quella massmediologica potremmo concludere che il
sindacato non esiste più. Penso che siamo davvero vicini a questo esito, almeno
analizzando gli avvenimenti degli ultimi trent'anni. Ovviamente il processo che ha portato
o - se vogliamo introdurre una nota di ottimismo- che sta portando all'estinzione del
sindacato non parte dal movimento sindacale italiano, ma ha avuto origine negli Stati
uniti e poi via via ha conquistato l'Europa e l'Italia affermando e facendo diventare
senso comune, cultura diffusa che la forza lavoro può essere considerata come uno dei
tanti strumenti della produzione, seguendo quindi logiche che sono tipiche dei fattori
produttivi, per usare una espressione neoclassica. L'origine di tutto ciò credo si possa
far risalire alla fine degli anni `70. Da una parte Reagan, dall'altra la Thatcher hanno
fortemente operato in questo senso. Non solo: hanno posto l'accento sull'inesistenza di
una socialità complessiva, affermando che una società è fatta di singoli cittadini.
Partendo da questo assunto, che ha caratterizzato le politiche dei due capi di stato lungo
gli anni 80, si è arrivati ad affermare che il lavoro non è solo un fatto strumentale ma
è un fattore della produzione e quindi, come tale, è inserito nei processi di
ottimizzazione delle fasi produttive. Questo significa che come si cambia un macchinario
diventato obsoleto, così si possono sostituire i lavoratori ritenuti non sufficientemente
produttivi. Nello stesso arco temporale si è sviluppata anche un'altra teoria che
affermava che i processi di automazione, soprattutto di origine asiatica, avrebbero
consentito di sostituire totalmente i lavoratori con le macchine. Il risultato di queste
due teorie era lo stesso: il lavoro scompariva non solo come socialità, ma come elemento
essenziale del processo produttivo. Ovviamente tutto ciò non è stato privo di
conseguenze anche sul piano ideologico e politico. Basta guardare, ad esempio, i tanti
accordi generali fatti dalle Confederazioni sindacali in Italia in cui il termine
"lavoro" non compare più e viene sostituito da "costo del lavoro".
Vengono stipulati accordi sulla flessibilità, sulla produttività che alludono al fatto
che riguardano i lavoratori ma essi non vengono più rappresentati come tali, non si parla
mai di "flessibilità dei lavoratori", ma di "accordi sulla
flessibilità", "sulla competitività". Accordi, accordi, accordi... E' da
questo punto di vista che nel giro di un ventennio è stato sostanzialmente liquidato il
sindacato, e questo non è avvenuto per caso. Per capire davvero la portata di ciò che è
accaduto occorre, secondo me, tornare alle origini del sindacato. Esso nacque alla metà
dell'800 in Inghilterra (grazie al riconoscimento fatto dai Wigh) da una equazione assai
semplice: allora venne riconosciuto che se il lavoratore è solo di fronte all'impresa lo
squilibrio di poteri è tale che non è possibile ne esca un contratto libero. Si
riconobbe allora ai lavoratori la possibilità di coalizzarsi e quindi il riconoscimento
dell'esistenza del sindacato. Finalmente i lavoratori poterono organizzarsi, esercitare un
potere di coalizione, condizione indispensabile per equilibrare i rapporti di potere e dar
vita a un contratto in senso proprio. Perché in presenza di un forte squilibrio di potere
tra impresa e lavoratore non è possibile parlare di contratto. Oggi, dopo un secolo e
mezzo di storia sindacale e del movimento operaio, considerando gli ultimi avvenimenti
sociali succedutisi nel nostro Paese siamo alla liquidazione di due capisaldi di questa
storia: il contratto e il potere di coalizione dei lavoratori.
Del sindacato abbiamo detto. Per quanto riguarda il contratto collettivo possiamo
certamente affermare che è stato liquidato sostanzialmente ma anche tecnicamente come ci
insegnano le recenti vicende dei metalmeccanici: la firma posta da Fim e Uilm a quel testo
ne ha sancito la definitiva estinzione visto che l'accordo non conteneva alcun elemento
delle piattaforme presentate da quelle organizzazione che l'hanno firmato sottoscrivendo
esattamente ed esclusivamente la posizione presentata da Federmeccanica e da
Confindustria. Con l'aiuto, ovviamente, del Parlamento e del Governo che hanno provveduto
a sostituirne la parte normativa - quella che riguarda le relazioni tra le parti e i
diritti - con una sequenza di leggi che liquidano i diritti dei lavoratori. La
liquidazione di questi diritti ha come connotato fondamentale un'estrema frammentazione
delle forme di lavoro si va dal job-on-call, al lavoro intermittente ad altre forme di
lavoro sempre, però, a tempo determinato lasciando quindi il lavoratore in una perenne
condizione di ricattabilità.
Esiste, ed è su questo che vorrei soffermare la nostra attenzione, un elemento che ha
reso possibile queste due operazioni di liquidazione, il potere di coalizione sindacale da
una parte, il contratto collettivo dall'altra: i lavoratori non possono più votare. I
datori di lavoro possono fare il contratto con chi vogliono senza considerare quanto sia
rappresentativo. Così nasce il paradosso del contratto dei meccanici i cui lavoratori
sono in maggioranza iscritti alla Fiom, più numerosi di quelli iscritti alla Fim e alla
Uilm messe insieme. Che quel contratto sia stato sottoscritto da una minoranza è fuor di
dubbio, la cosa grave è che questo non provoca nessun effetto perché non vi è una legge
sulla rappresentanza e l'articolo 39 della Costituzione (che garantisce la libertà
dell'organizzazione sindacale) non è mai stato applicato.
Per rendere completa l'analisi, però, a mio giudizio occorre tenere presente un altro
elemento che probabilmente ha una valenza ancor più generale. Se è chiarissimo cosa sia
la manifattura, cosa sia la fabbrica, invece, non lo è affatto. Nel corso degli ultimi
trent'anni la fabbrica è stata attraversata da trasformazioni profondissime, causate non
solo dai processi di internazionalizzazione, che l'hanno completamente modificata rendendo
assolutamente non paradonabile quella di oggi a quella di ieri. Il modo in cui si produce,
si progetta, si dirige e si vende è completamente cambiato: l'impresa non è più
sequenziale. Una volta si cominciava dall'ideare il prodotto per poi, per tappe
successive, arrivare fino al prodotto finito e a organizzare la sua vendita. Ora ogni fase
della produzione è svolta contemporaneamente alle altre in luoghi diversi, in tempi
diversi, con costi e valori differenti e molte funzioni che una volta si svolgevano
all'interno ora vengono esternalizzate dall'impresa stessa e vengono chiamati servizi,
terziario. E un enorme quantità di ciò che comunemente viene chiamato terziario in
realtà è puro e semplice prodotto industriale fatto fuori dalla fabbrica. I primi a
percorrere questa strada sono stati i giapponesi che, avendo realizzato subforniture di
tutte le componenti lasciando all'interno dell'impresa soltanto l'assemblaggio, riuscirono
a produrre automobili a una velocità tale da immetterne sul mercato quantità di sette o
otto volte maggiori rispetto alle tradizionali fabbriche fordiste per la pura e semplice
ragione che facevano fare due terzi dell'automobile fuori dalla fabbrica. Però,
nonostante le modifiche che molti lavori hanno subito nel corso di questi decenni,
diluendosi diversamente, è assai difficile che un qualsiasi prodotto, sia esso
terziarizzato o meno, posso essere slegato dall'oggetto. Solo l'oggetto, infatti, può
essere commercializzato. E anche la teoria sui beni immateriali in realtà, non è fondata
sul fatto che in passato si lavorava di braccia e ora si lavora di testa, ma sul concetto
classico che esiste una supremazia del lavoro intellettuale su quello materiale. Concetto
ovviamente sbagliato: anche per eseguire lavoro materiale occorre metterci testa! Gli
skilled tedeschi ce ne mettevano molta di testa nel produrre le loro macchine utensili e
non credo che "avessero meno testa" di quelli che oggi fanno il software dentro
le imprese meccaniche o quelle informatiche. Lo dico perché senza comprendere il processo
di riorganizzazione produttiva dell'impresa è difficile fare un'analisi di ciò che è
avvenuto, nella terziarizzazione e nel suo gonfiamento.
Infine, ho ascoltato con molto interesse l'analisi sulla società dei consumi. Io, però,
rimango legato ad un concetto novecentesco: il taylorismo non è solo un metodo di
produzione, ma è anche una cultura, una struttura di società. E l'idea forte su cui
costruire quel modello sociale era, ed è, che la produzione anche di beni ritenuti di
lusso, come ad esempio era considerata un tempo l'automobile, potesse diventare produzione
di beni di massa. Si trasformò il sistema produttivo abbandonando sostanzialmente la
manifattura e rendendolo altamente gerarchizzato e sequenziale, facendo così in modo che
un qualunque lavoratore della Ford potesse acquistare un automobile Ford. In sintesi, che
i prodotti potessero essere accessibili a chi lavorava. Dalla produzione di massa, quindi,
alla società di massa - e non viceversa - attraverso un'altissima e crescente
produttività e una parziale redistribuzione di reddito che permetteva il consumo di
massa.
In questo quadro, oggi, il problema che abbiamo davanti, non solo in Italia ma per lo meno
in tutta Europa, è quello della definitiva svalorizzazione fino al nascondimento del
lavoro operaio. Per affermare il valore della finanza e del capitale rispetto a qualunque
altro elemento, sia esso macchinario o struttura produttiva, è indispensabile dare
significato di assoluta marginalità al lavoro operario. E allora lo si definisce - tutto
il lavoro operaio, anche quello che un tempo si chiamava professionalizzato - come poco
qualificato e, non a caso, tendenzialmente lo si riserva agli uomini e alle donne
"marginali" nella scala sociale, fino ad arrivare agli extracomunitari. A me
pare che questa nuova gerarchizzazione del lavoro tenga conto di una ideologia fortemente
reazionaria e dispotica e, ritengo, non sia un caso che stia invadendo il complesso delle
relazioni delle società occidentali. Il tentativo di liquidare il sindacato, così come
il tentativo di liquidare qualsiasi autonomia soggettiva dell'impresa, come qualsiasi
forma di relazione contrattuale tra capitale e lavoro è la forma moderna di
dequalificazione e segmentazione sociale; una forma moderna di autoritarismo basata
sull'oscuramento del lavoro operaio, sulla sua segmentazione e ricollocazione dentro una
nuova gerarchia sociale, una piramide castale. E' molto di più dell'antiegualitarismo
(del resto nel `900 non abbiamo mai vissuto di eguaglianza), è la creazione di una
gerarchia altamente dispotica basata sul fatto che le persone che sono la base materiale
della ricchezza - da noi come nel mondo povero - sono collocate alla base della piramide,
private di diritti, impedite a coalizzarsi, schiacciate, negate nella loro stessa
esistenza. Ecco, mi pare che questa sia la questione del lavoro oggi in Italia, in Europa;
ma forse, chissà, molto di più.